Le interviste

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Interview, giugno 2002 
di Ingrid Sischy – fotografie di Markus Klinko & Indrani

Il più importante camaleonte del rock si spoglia della sua pelle, come mai aveva fatto prima.

Ingrid Sischy: Ciò che mi ha colpito subito del tuo nuovo album Heathen è che, diversamente da molti dei tuoi lavori, non sembra rivolgersi né avanti verso il futuro né indietro verso il passato.

David Bowie: E’ vero. L’ho iniziato con l’idea di creare una restaurazione personale, culturale. Volevo catturare ogni cosa – le idee, le tecniche che ho impiegato in tutti questi anni – mentre lavoravo all’interno di questo spazio geometrico chiamato zeitgeist (N.d.t.: spirito del tempo). E in questo processo, volevo creare un qualcosa senza tempo, che non dovesse nulla al passato, al presente o al futuro, ma che fluttuasse in un suo spazio autonomo. 

IS: E’ una strategia che contrasta profondamente con quello che succede oggi nel mondo della musica, che è formula, formula, formula. E’ questo davvero un periodo antisperimentale, escono molti dischi che sembrano fatti da persone che sembrano quasi impaurite.

DB: Ero perfettamente a conoscenza del fatto di non essere sotto il controllo di quello che succede nella industria d iscografica. Il fatto che la musica si può scaricare, e il pensiero di quanto questo potrà avere effetto sul futuro, stava avendo la precedenza sulla musica stessa. Avevo davvero bisogno di tirarmi fuori da tutta queste cose se volevo comporre in modo distinto e pulito. Non ho voluto sapere nulla di nuove tecniche, vecchie tecniche e cose del genere: volevo solo ristabilire la mia identità di compositore e di catalizzatore di suoni. La svolta è avvenuta la primavera dello scorso anno. Ho messo insieme molta musica che mi piaceva, quasi 40 pezzi, forse più. Erano solo dei motivi conduttori, lavori incompleti. Ma spesso arrivo a un punto, quando compongo in quel modo, in cui so da che parte devo andare, e così mi posso fermare. E penso.. questo è fatto, so come diventerà, e non lo devo terminare subito. E quindi mi indirizzo verso un altro progetto, un’altra idea. Così mi hanno spedito a Shokan, appena fuori Woodstock (New York), su per una montagna in una casa che si chiama Glen Tonche, da poco convertita in studio di registrazione. E’ stata quasi un’epifania. Quando ci sono entrato , tutto ciò che il mio album doveva essere si è materializzato in un unico punto focale. Anche se non sono riuscito in quel momento ad esprimerlo a parole. Sapevo già come sarebbero stati i testi. Si sono improvvisamente accumulate nella mia testa. E’ stata un’esperienza “sulla strada di Damasco”, mi sono sentito quasi volare. 

IS: Wow. Ho due domande. Hai detto che qualcuno ti ha spedito là. Chi?

DB: Un musicista che ha di fatto lavorato poi sull’album. Si chiama David Torn, un meraviglioso chitarrista, molto abile, che abita vicino a Woodstock: Aveva lavorato in quello studio qualche settimana prima, e mi ha detto: “David, devi andare a vedere questo posto nuovo”. Mi ha detto che aveva un’atmosfera diversa da qualsiasi altro studio in cui ero stato. 

IS: Puoi cercare di cogliere per noi ciò che lo rende così evocativo?

DB: Beh, prima di tutto penso che un luogo di ritiro in montagna crei immediatamente una certa atmosfera. Era un complesso abitativo originariamente costruito negli anni ’20 da un industriale, come casa estiva per la sua famiglia, e chiaramente lo disseminò di arredamenti marinari, perché il posto ha quell’atmosfera da yacht del periodo di Eisenhower – hai presente.. quelle cose molto americane ma aristocratiche. E’ tutta in legno, con grandi saloni, e il terreno intorno è pieno di cervi, maiali e orsi. La sala da pranzo che abbiamo usato come studio ha soffitti alti 12 metri, con finestre di 7 metri che danno sulla riserva e sulle montagne.

IS: Sono rimasta sorpresa quando mi hai detto che stavi registrando nella zona di Woodstock. Non ti ho mai pensato come un tipo “arcadico”.

DB: Sì, hai ragione, non sono mai stato un fan di tutta la storia di Woodstock. Non sono per nulla un tipo nostalgico, e non sono predisposto al relax – mi spaventa, e quindi di solito registro in città con grande rumore come Berlino, new York o Tokyo. 

IS: Sei di solito influenzato dall’atmosfera?

DB: Si, molto. Voglio dire, sono andato una volta a Woodstock e l’ho odiata. Troppo leziosa. Questo posto invece non è lezioso, è in cima alle montagne, desolato, spartano. In questo caso, l’atmosfera da ritiro ha reso più veloci i miei pensieri. 

IS: In che modo?

DB: Ha fatto in modo che io capissi che la mia forza maggiore come scrittore è una grande abilità nel cogliere la paura transitoria, fastidiosa. Non faccio panoramiche politiche mondiali, ma sono in grado di cogliere le effimere tasche del dubbio e l’angoscia che ci sta sotto. So quanto buono è quest’album – è un album riuscito per me, dal punto di vista creativo. Non cambierei una nota. E mi ha dato una fiducia davvero stimolante sulle mie qualità di scrittore. Sento come se io stessi scrivendo nei prossimi anni i miei lavori migliori. Non so che è successo lassù, ma qualcosa è scattato, come scrittore. 

IS: Torniamo alle montagne e a quello che rappresentano per te.

DB: Dal momento che sono un Capricorno, ho sempre pensato a me stesso come a una capra di montagna (ride). Sono sempre stato attratto dalla montagna, è il senso di distacco, il senso di isolamento forzato che non mi piace. Più invecchio, più mi abituo a essere un essere sociale, che non era propriamente nel mio modo di essere naturale. 

IS: Non lo era?

DB: No. Ero molto timido, mi sentivo molto scomodo in ogni situazione sociale. Non sapevo che dire, che fare. Negli ultimi quindici anni sono molto migliorato. Mi era già capitato di scrivere in mezzo alle montagne, ma mai con una tale gravità. Non ho mai sentito la pregnanza di quello che stavo scrivendo. Ma non avevo mai avuto anni prima. Ora ho gli anni dietro di me. 

IS: Che cosa ti manca degli anni in cui eri un giovane musicista?

DB: L’unica cosa che mi manca di quando ero giovane è il senso di divenire in cui si vive sempre. In un qualche modo sono.. arrivato non è la parola giusta, ma ora sono diventato, sono. Quello che mi interessa è l’essere. Quando sei giovane, non sai cosa cosa c’è dietro l’angolo delle ventiquattro ore di un giorno, e c’è un senso di avventura in tutto ciò. Questo non vuol dire che credo di conoscere tutto ciò che succederà, ma in un qualche modo sai che non c’è più nessun cambiamento che ti sorprenderà o che ti coglierà alla sprovvista. Alcuni degli album che ho fatto sono davvero fotografie del loro tempo – influenzati da ciò che c’era fuori sulla strada e da ciò che io percepivo in quel periodo particolare. Essendo una persona curiosa, non c’era altro modo per me che fissarmi su una cosa fino a quando non avevo sperimentato tutto per scoprire quello che mi piaceva esattamente, quello con cui mi trovavo a mio agio. Suppongo sia questione di personalità, i miei interessi lo rispecchiano molto. Osservo sempre tutto, sempre, solo per capire ciò che mi rispecchia come persona più di ogni altra cosa – per catturare quel tenue bipolarismo che è parte della mia personalità. E lo dico con molta serenità, non penso sia intrinseco in me, perché ho incontrato persone che sono bipolari, e io non lo sono, ma c’è in me una piccola particella di quel bipolarismo. Posso passare drammaticamente da momenti di gioia a momenti di depressione, ma poi negli ultimi dieci anni non è stato così. In questo album ho cercato di togliere via queste cose e cercare il motore essenziale che mi guida. A causa della mia età, è un motore che mi porterà in un qualche modo al futuro. E volevo affermarlo per me stesso, non volevo ridurre tutte le cose a uno stile identificabile – sono ancora molto diffidente sul fatto di avere uno stile. 

IS: Ma i tuoi lavori hanno molta voce in capitolo in questo caso

DB: E’ vero, ma non voglio che diventi patetico, del tipo “Ecco i ricordi di un vecchio” o cose del genere. Quindi, non ho nessun imbarazzo nell’esprimere i pensieri e le esperienze di un vecchio. C’è una filastrocca inglese che porto sempre con me. Il primo verso dice “questo è il modo in cui i giovani vanno a cavallo, clip-clop, clip-clop, clip-clop” e finisce così “questo è il modo in cui i vecchi vanno a cavallo, strash, strash, strash, giù nella fossa”. Avevo in testa che io facevo parte della parte “questo è il modo in cui i vecchi vanno a cavallo”. Ho voluto dare il senso di quello che ti succede quando arrivi a questa età –hai ancora dubbi? Hai domande e paure? E tutto brilla della stessa luminosità di quando eri giovane? Per iniziare, ho usato le canzoni di Richard Strass, che per tanto temo mi hanno influenzato. C’è un senso incredibile di universalità in quei brani che Strass scrisse negli ultimi anni della sua vita, a ottantaquattro anni [le Ultime Quattro Canzoni]; ritengo siano i brani più romantici, tristi e intensi che siano mai stati scritti. Li ho usati in qualche modo come modello per pezzi sul mio album quali Sunday, Heathen, I Would Be Your Slave e 5:15 The Angels Have Gone. Abbastanza stranamente, non si vuole sempre scrivere quello che si scrive. Sunday e Heathen sono due brani che non volevo scrivere, ma questo luogo mi ha tirato fuori i testi. Mi alzavo molto presto al mattino, alle sei circa, e lavoravo nello studio prima che qualcuno arrivasse, raccogliendo quello che volevo fare nella mia giornata di lavoro. E spesso i testi delle canzoni venivano fuori mentre mettevo insieme la musica. Grandioso davvero. E il testo di Sunday è venuto così, la canzone è stata scritta mentre la suonavo, e c’erano due cervi che pascolavano fuori sui campi e un’auto passava molto lentamente dall’altra parte della riserva. Era mattino presto e c’era qualcosa di così calmo e primitivo in quello che stavo osservando fuori che le lacrime mi scorrevano mentre scrivevo questo pezzo. E’ stato straordinario.

IS: Lo scorso agosto, dico bene?

DB: Sì, prima dell’11 settembre. So dove vuoi arrivare. Probabilmente una mezza dozzina dei miei album avrebbero potuto uscire dopo l’11 settembre e la gente avrebbe pensato che era di commento a quella tragedia. Penso in tutta onestà che uno stato generale di angoscia fosse presente prima dell’11 settembre. Nella vita ci sono sempre stati disastri o quasi. 

IS: Ma ci sono anche lavori che sembrano coglier qualcosa, e che sembrano particolarmente adatti a certi periodi. Ad esempio, il Concerto per New York al Madison Square Garden per il Robin Hood Relief Fund non è stato aperto con “Heroes”?

DB: Ho eseguito America di Simon & Garfunkel

IS: Ah sì..

DB: Sono certo che se tu riguardassi le canzoni di Dylan composte subito dopo settembre, avresti potuto metterle più o meno in ogni album che ha fatto e dire “Mio Dio, ha fatto un sacco di soldi!”

IS: Non pensi che il senso dell’arte – la pittura, la musica, la scrittura – sia quello di cogliere la forma di un certo periodo? E quando la si osserva, o ascolta o legge, noi pubblico, comprendiamo qualcosa di quel periodo.

DB: E’ così che… 

IS: Cosa?

DB: E’una dicotomia che fa girare la testa – il desiderio di vita contro la carattere definitivo di ogni cosa. Sono quelle due cose che si scatenano l’una contro l’altra. E ciò produce quei momenti che suonano verità, perché dici “Ma non è bello essere vivi… e tutto finirà!” .. queste due cose messe insieme sono Ahhhhh. E’ l’intera storia. Ecco. Non c’è più nulla che può essere detto. E come ne vieni a patti con quella situazione? C’è un qualche fattore di conforto in tutto ciò? Che senso ha? 

IS: Hai ragione.

DB: Ecco come è Heathen. Mi piace questo lavoro. Mi piace la sua vita. E non voglio mollare. Non voglio proprio mollare. E’ dura mollare. Questo album parla di questo. Ed è stato questo luogo che mi ha aiutato. Ho davvero percepito di essere uno scrittore. 

IS: E’ interessante il fatto che tu lo dica, perché io sento di capire che sei uno scrittore quando lo ascolto. A volte la tua abilità nell0identificarti con altri personaggi ha offuscato che tu sei – chi è David Bowie. E’ stato difficile disfarsi di tutto?

DB: Suppongo sia perché dietro a tutto ciò che si sente, si… se ti approcci a dei soggetti e fai, interpreti quei soggetti, non rimane più nulla da scrivere perché sono solo soggetti. Una volta che li hai fatti, che devi fare ancora? Ma naturalmente su questi di soggetti ci puoi continuare a scrivere, scrivere, scrivere,. Ci sono e ci saranno sempre. 

IS: Vuoi dire i veri grandi soggetti – la via, la morte, Dio.

DB: Si. E gli eventi di questi ultimi mesi, e le condizioni davvero edonistiche in cui ci ritroviamo, che non sono propriamente illuminanti; non c’è luce mentale. Non c’è nessuna consapevolezza di dio nella vita della maggior parte delle persone. Il filisteismo, che rende ottusa ogni cosa, arriva e produce questo sterile scenario in cui viviamo; è dichiaratamente ben vestito, ha bei mobili, ed è una casa davvero ben costruita. E rende superficiale così tanto di quello che sentiamo importante. 

IS: Hai sempre scritto partendo dalla musica?

DB: Sì. Non ho mai considerato i miei testi tanto buoni o importanti. Ho una timidezza naturale; mi è sempre sembrato di esprimersi in modo sconsiderato quando ho cercato di dire quello che volevo dire. Non ho mai pensato di esprimermi molto bene. 

IS: Una canzone che sembra distanziarsi dalle altre su Heathen è Everybody Says Hi. Ha un tono così diverso dalle altre canzoni, una sorta di pop anni ’60 in apparenza con molto di più sotto.

DB: Parla della morte di qualcuno, anche se sto metaforicamente parlando di qualcuno che muore. Da giovane, ebbi questa schiacciante sensazione quando morì mio padre, non se ne era andato – era andato in vacanza per qualche giorno.. che è il nodo di tutta la canzone: le persone più vicine a noi che ci lasciano non sono morte sul serio, se ne sono andate per un po’.. Mi domando dove sono andate: ovunque siano, spero sia un bel posto.

IS: A quale punto della creazione dell’album sono venute fuori le canzoni che scavano nei grandi soggetti?

DB: Subito all’inizio. Infatti le cose più consistenti, le chiavi di volta dell’album sono state scritte nella prima parte. Volevo finirle. E mi sono sentito più leggero dopo aver capito di avere fatto un passo importante. Heathen parla del fatto di sapere che morirai. E’ un canto alla vita, in cui parlo alla vita come a un amico a un’amante. Non sono riuscito a cambiare una parola nel momento in cui l’ho cantata per registrarla. 

IS: Sembra quasi un film

DB: Si, è stata fatto di proposito. Ho provato a farlo, una riflessione sui bei tempi, quando tutto è giovane ed innocente. E’ come se la vita ti stesse lasciando nello stesso modo in cui potrebbe farlo qualcuno che ami. Non importa quanto bene o male tu stia, si arriva a un momento in cui senti che se ne va. 

IS: Spesso è in uno dei suoi momenti più felici, non pensi?

DB: Sì. Ci sono momenti nelle nostre vite tranquille che siamo molto felici, ma si arriva a un punto in cui non si cresce più, la nostra forza fisica diminuisce. In special modo dopo i 50 anni, diventi consapevole che è il momento di abbandonare l’idea di essere giovane. Devi abbandonarla questa idea. Ciò produce questa menopausa maschile di mezza età: non credi di non poter crescere più e temi che il cambiamento sarà terribile. Poi quando ci sei dentro, ti accorgi che poi non è così male. E’ un processo naturale, ma è comunque molto triste. 

IS: So che Heathen uscirà intorno all’11 giugno. Che altro stai preparando per farci scoprire il tuo nuovo lavoro?

DB: Farò due concerti a New York per iniziare, per capire di trovare il mio modo di fare i pezzi. Farò anche alcuni pezzi non usuali – canzoni che non ho mai eseguito prima su un palco. Infatti il set sarà fatto per il 70% di cose che non ho mai fatto dal vivo, il che sarà molto eccitante per tutti noi. Sto anche preparando il Meltdown festival quest’anno: personaggi come Laurie Anderson e Scott Walker lo hanno curato gli anni precedenti. Dal punto di vista artistico, ho dei diplomati a varie scuole d’arte di Londra e della Scozia che espongono su mio sito bowieart.com. Dal punto di vista musicale, ci sarà una rara apparizione dal vivo a Meltdown dei Television e io stesso chiuderò il festival con i Dandy Warhols come supporto. Nel mezzo, gente come Legendary Stardust Cowboy Daniel Johnston, dei veri outsider dal Texas. Daniel Johnston fa cose un po’ alla Brian Wilson; ha avuto esperienze in ospedali psichiatrici, ma questo non ha nulla a che fare col il fatto che sia un bravo scrittore. Kurt Cobain portava le sue t-shirt e i Pearl Jam hanno fatto la cover di un suo pezzo. Non c’è nessuno come Daniel, è straordinario. E Legendary Stardust Cowboy è un vero outsider. Ho davvero usato l’ultima parte del suo nome, ecco da dove viene lo stardust in Ziggy Stardust. Ho fatto una cover del suo pezzo Gemini Spacecraft in Heathen, che parla davvero di un viaggio a bordo di una navetta spaziale. L’ho fatto come omaggio a lui, perché quel sfottuto Ziggy Stardust ha preso il nome da lui.

IS: Interessante davvero. Ho sempre saputo del tuo interesse verso l’arte outsider, ma non sapevo che esistesse la musica outsider.

DB: La musica outsider sta diventando un genere ben definito, anche se il termine musicale deriva in qualche modo dall’espressione pittorica. Ne vedo l’influenza in band che mi piacciono molto, come Grandaddy e Sparklehorse. Mi sono sempre interessato in musica outsider da quando ho sentito Syd BarrettLittle Richard è stato a modo suo il primo outsider – non è mai stato uguale alle altre icone del rock’n’roll. 

IS: Da giovane, eri un vero outsider?

DB: Non penso di essere stato un vero outsider. Mi piaceva interpretare i miei miti e poi dire che vivevo in una grotta, ma ero solo un tipo timido. Ma di fatto mi relazionavo a persone che non erano come nessun altra. Mi incoraggiavano loro, dal momento che vedevo la mia timidezza come una colpa o un difetto. E tu sai che, in Inghilterra, gli outsiders o in generale gli eccentrici sono guardati con affetto: Mentre invecchiavo, cose come The Outsider di Colin Wilson mi hanno interessato. Mi piacciono le opere di Colin Wilson. Non sono mai legato molto alle cose che piacciono a tutti. Non era il mio mondo. Non sono mai stato un tipo tradizionale.

IS: E quando sei letteralmente esploso per le masse…

DB: .. fu fatto con un sacco di idee strane. Mi piace essere populista, prende le cose che vengo da fuori, l’avanguardia, le cose che stanno a margine, e renderle accessibili: Molte idee strane finirono nei miei primi lavori, dal Living Theater al teatro kabuki, dal travestimento al mimo. Era come un’istantanea, un poupourri dei miei interesse in quel particolare momento. 

IS: Ma il rovescio della medaglia – le cose più comuni e gli interessi commerciali hanno bisogno di sopraffare i tuoi interessi individuali e il tuo personale punto di vista?

DB: Succede. Ho trascorso degli anni ’80 davvero brutti. Ho fatto davvero delle cose stupide, perso completamente la bussola. Ho fatto un paio di album subito dopo Let’s Dance che sarei molto felice di non dover ascoltare più – il caso strano è che hanno venduto molto! Erano terribili, in parte a causa dell’apatia in parte perché stavo facendo quello che io pensavo gli altri si stessero aspettando da me, cosa che non avevo mai fatto prima. Poi dall’inizio degli anni ’90, sono tornato di nuovo in pista. 

IS: Quindi a volte, quando hai fatto cose di cui la gente ha detto “Non è commerciale, sarà un insuccesso”, non ti sei infastidito?

DB: No no, assolutamente no. 

IS: In Heathen c’è un pezzo nuovo che si chiama A Better Future. La concezione del futuro è stata una parte importante dei tuoi lavori per molto tempo. Raccontaci come questo viene raffigurato in Heathen.

DB: A Better Future è stata scritta per mia figlia. E’ un pezzo molto semplice che dice “Dio, se non cambi le cose, non ti amerò più”. Non c’è modo di scansare questo argomento – è come dire ! Che ci stai facendo? Perché hai fatto in modo che mia figlia sia nata in un mondo con tanto caos e disperazione? Voglio un futuro migliore o non mi piacerai più!. E’ una minaccia a Dio! (ride) Ci sono poche minacce a Dio in questo album, davvero, ma molte suonano come canzoni d’amore. 

IS: Le canzoni hanno una doppia vita.

DB: Sì, ne hanno bisogno. Ma lo so perché le scrivo. Molte parlano della mia vita spirituale, niente più. E’ il karma. Se puoi essere al posto giusto nel momento giusto, questo è quello che devi fare, no?

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Rock&Folk, luglio 2002 
di Philippe Manoeuvre e Jérome Soligny 
fotografie di Franck Ockenfeld

A 55 anni, il rappresentante del glam, promossosi poi compositore camaleonte, propone Heathen, il suo album forse più diretto e esplicito degli ultimi anni. E’ nel momento in cui le influenze fantascientifiche di David Bowie si mescolano a ogni piega della musica contemporanea che l’uomo si mostra una volta per tutte disponibile e aperto. Un incontro con l’artista pop più importante della storia non si rifiuta. Bentornato Duca Bianco allora…

Come da un incantesimo serpentino, David Bowie spunta da dietro la pesante tenda grigia dietro la quale si era nascosto al nostro arrivo. Vestito di marrone, mocassini Prada, la situazione scivola in una risata spaziale; una rock star, vera. Allontanatosi dalla BMG e dalla Virgin dopo alcuni album sperimentali, Bowie ritorna, in forma smagliante e pieno di progetti. Farà un tour negli Stati Uniti con Moby, sarà a Nimes il 14 luglio (forse sarà all’Olympia qualche giorno prima) e l’11 giugno è uscito un album che la stampa inglese – di solito poco incline alla delicatezza con i vecchi eroi di ieri – ha coperto di stelle e apprezzamenti. Due ore durante le quali, di volta in volta teso, imperiale, beffardo, dispettoso, attento, Bowie riannoda il filo tra la sua biografia e il vostro redattore capo. La carriera di questo musicista fondamentale, i nostri lettori lo seguono da Hunky Dory. Ma oggi Bowie ha 55 anni. Un brutto affare, per alcuni quasi da vergognarsene.

Il contesto di Heathen: registrato nel settembre 2001 da musicisti letteralmente in fuga da una New York bombardata, l’album beneficia di considerevoli contributi (Pete Townsend, Dave Grohl), offre alcune cover (Pixies, Neil Young). Sono stati annunciati remix degli Air e di MobyHeathen è quindi il calcio violento di un artista esasperato dalla sua epoca, che alla fin fine si permette il lusso di canzoni dirette dopo anni di cut-up intriganti. Soprattutto, dopo 26 album, Heathen è l’occasione per ritrovare un gigante che lavora oramai da solo, per la sua etichetta Iso. Con gli inviati di Rock&Folk, Bowie si mostra disponibile. Facile all’humour tagliente, il collezionista d’arte, il padre di famiglia in una situazione di perfetta felicità, sposato da dodici anni con una delle donne più belle del mondo, ci offre thé, succo di frutta e simpatia prima di alzarsi in volo non su Heathen ma sul disco seguente Toy che potrebbe essere uno dei suoi progetti più incredibili, il seguito iperbolico del tanto amato Pinups, niente meno.. Davvero incredibile.. nel momento in cui l’influenza di Bowie si fa sentire negli angoli più reconditi del cosmo pop, dalla techno al garage, il leone che si dichiara estenuato dalla eterna lotta con i ragionieri che gestiscono l’industria del disco, trova il coraggio di ritornare in pubblico con due capolavori e di prendersi il tempo per una lunga intervista (che abbiamo trascritto quasi integralmente). Bowie prevede che le radio non passeranno il suo singolo e non faranno girare più clip. Come ha detto lui in un pesante silenzio dopo un colloquio viscerale e a cuore aperto: “Conto su di voi…“. Comandante, eccoci qua…

Inizio dell’intervista, New York City, ore 14,45

Rock&Folk: L’anno scorso dovevamo incontrarci per parlare di quel disco .. Toy. Alla fine invece siamo qui per un disco che si chiama Heathen. Che è successo?

David Bowie: Appena arriva il tecnico, vi faccio ascoltare qualche pezzo di Toy. Vi ho preparato un sacco di prelibatezze. Toy è favoloso, l’adoro.

R&F: Come mai è in stand-by? 

DB: Non avevo voglia di darlo alla Virgin. E Heathen doveva uscire prima perché rappresenta il mio lavoro attuale. Toy è fatto di brani scritti trent’anni fa, possono aspettare ancora qualche mese prima di uscire. 

R&F: Quando lo sentirai..

DB: Esattamente. E’ un disco che sorprenderà tutta la gente che non si aspetta assolutamente che sia così bello. Ci tengo a farvene ascoltare qualche estratto, anche alcuni inediti delle sessions di Heathen

R&F: Qual è la ragione della rottura con la Virgin

DB: (con ironia) Con chi? 

R&F: La vostra vecchia etichetta, la Virgin Records

DB: Quella etichetta è diventata assolutamente orribile. Quelle persone sono state davvero spaventose durante i due anni che hanno preceduto la mia dipartita. Tutto si è bloccato, non c’era più accordo. 

R&F:
 Abbiamo letto in rete che hai incontrato un “uomo d’azienda” di troppo. Questa rottura è un fatto di persone? 

DB:
 Credo che sia stato un insieme di cose. Ne avevo davvero abbastanza di incontrare dei quadri che non sapevano quello che facevano. 

R&F: E che non sapevano chi era David Bowie.. Ti hanno mancato di rispetto? 

DB:
 No, no, non anticipare quello che potrei dire. Nancy Berry (ex vice-presidente della Virgin) sapeva molto bene chi era David Bowie, era piena di entusiasmo. E’ piuttosto la struttura della Virgin che deve essere rivista: questa azienda è diventata completamente incapace di fare correttamente quello che si suppone dovrebbe fare: promuovere e vendere i dischi. E a poco a poco, i grandi artisti non hanno più interlocutori. E’ terribile, veramente triste, se paragonato alla vivacità che caratterizzava quelle persone quando le ho rincontrate nella metà degli anni ’90. E’ il motivo per cui mi sono ripreso Toy e Heathen e sono atterrato qui. 

R&F: Un po’ prima del nostro ultimo incontro, Hours era disponibile in rete.. avevi un progetto di pubblicare un album live disponibile solo in rete. Tre anni più tardi, sei ritornato a cose più semplici creando una etichetta indipendente distribuita da una major.. 

DB: Per quanto riguarda l’album con i miei pezzi dal vivo, il progetto Live & WellVirgin mi ha lasciato lavorare per nove mesi prima di dirmi che il progetto non si poteva sviluppare. Durante questo stesso periodo di tempo, avrei potuto registrare un nuovo album! Sono le cose come queste, un milione di problemi accumulati, che hanno portato alla rottura. Era totalmente ridicolo. Poi la società ha iniziato ad avere seri problemi anche con altri artisti e mi sono alla fine accorto che la Virgin non era un bel posto in cui stare. Non ho mai avuto bisogno di un co-autore.

Non ho mai avuto bisogno di un co-autore

R&F: Ma non è un po’ folle mettere su una propria etichetta nel 2002, anche se si è David Bowie?

DB: Non lo so. Ci sono due artisti che vorrei recuperare ma hanno già un contratto. 

R&F: E’ probabile che noi ne conosciamo uno dei due…

DB: Si è possibile. Infatti ho bisogno di loro per rendere la Iso completamente autonoma. Ma sono soddisfatto di come vanno le cose. Le voci corrono, forse non così veloci come io vorrei ma sono davvero coinvolto da questa luna di miele con quelli della Columbia. 

R&F: Momenti che non durano per sempre… 

DB: Si vedrà. La loro struttura, il lavoro svolto su altri album sembra molto più coerente di quanto avevo mai visto prima. La forza propulsiva di questa etichetta è Don Jenner, un personaggio che io adoro e che incarno tutto quello che io amo di New York. Amo la gente di New York perché non se la racconta. Prima di incontrare Jenner, pensavo che avrebbe apprezzato alcuni brani di Heathen e poi alla fine gliene sono piaciuti degli altri, Sunday e The Angels Have Gone. Sono desolato ma, per qualcuno che lavora nel mondo del disco, questo signore ha davvero buon gusto. In generale, quella gente ha in testa la radio ma la Columbia ha sempre avuto come punto d’onore la difesa dei suoi artisti storici, come Dylan o Springsteen. Sono rimasto impressionato nel vedere fino a che punto questa persona era capace di individuare un buon pezzo. Ed è il capo di una major…

R&F: Forse viene dal pianeta Marte. 

DB:
 (ride) Lassù qualcuno ama la musica? Non c’è solo polvere rossa?

R&F: Hai superato oramai i venti album, il cinismo del mestiere non è più un segreto per te, e si dà il caso che questo album sia molto bello, molto umano. Che si nasconde dietro questo titolo Heathen

DB: Questo titolo ha una buona impronta. L’album non doveva avere un concetto particolare, né una linea tematica. All’inizio non era che una raccolta di pezzi che giudicavo molto buoni e che avevo scritto nel giro di due anni. Ma avvertivo che c’era un senso. Un legame che teneva questi titoli che non riuscivo a identificare come qualche cosa di evidente. La canzone Heathen è stata composta a Glen Tonche e ho subito capito che sarebbe stato un buon titolo per l’album perché, più la composizione andava avanti, più il titolo mi si imponeva. Alla fin fine, la maggior parte dei brani gira intorno a una idea fondamentale.. La parola Heathen è interessante perché rimanda a molti significati: quello del dizionario, qualcuno che rifiuta di aderire alla tradizione giudaico-cristiana, ma ha anche altre sfumature: un essere che distrugge, un filisteo che disprezza la società. Tutti questi significati si aggiungono al simbolismo di un titolo che si presume incarni un insieme di canzoni che girano intorno ai concetti di terrore, vendetta, abbandono, per farla breve, i miei temi abituali (scoppio di risate generale). 

R&F: Sei sempre alla guida del tuo diabolica navetta spaziale (risate)… 

DB: Esattamente!

R&F: Una delle cose che dà soddisfazione, oggi, a quelli che amano la tua musica, è vederti tornare senza un co-autore.

DB: (ironico) Non ne ho mai avuto bisogno. 

R&F: Siamo d’accordo con te, ma ne hai avuti negli ultimi dieci anni… 

DB: Penso che tu faccia riferimento a Reeves Gabrels, effettivamente onnipresente in Hours. Infatti, aveva bisogno di denaro e non mi ha disturbato il fatto che abbia composto un album assieme a me. Non è che avessi veramente bisogno di lui, anche se scrive bene ed è un eccellente musicista. Infatti gli ho chiesto “Vuoi farlo con me, vuoi scrivere un album insieme a me?” e lui mi ha risposto “Siiii!”.

R&F: Disperatamente? 

DB: Non lo era di certo all’inizio ma ho compreso subito che aveva dei problemi da risolvere. Per quanto riguarda Outside, arrivai alla conclusione che, dal momento che il disco era sperimentale, volevo che nessuno ne fosse leso. Chiunque dentro al brano al momento della sua elaborazione firmava insieme a me. Più interventi hanno dato così la possibilità di recuperare un po’ di denaro in diritti d’autore, tanto meglio per loro. 

R&F:
 Heathen segna il ritorno di Tony Visconti alla console. 

DB: Sono felice di essere tornato a lavorare con lui. Lavoro raramente con persone più vecchie di me (risata generale). No, è geniale. E’ sempre un italiano (ride)… 

R&F: Di Brooklyn. 

DB: Certo, un italiano di New York. Più seriamente quello che voglio dire è che lui ha sempre una sensibilità per le canzoni, un’attenzione e un’empatia per la buona melodia, e sa come arrangiarla. E come musicista è altrettanto favoloso: le sue parti di archi sono incredibili e rimane un bassista sublime. Mi conosce. E’ di quelli che non ignorano fino a che punto io so sempre molto bene ciò che voglio prima di entrare in studio. E lui sa aiutarmi e contemporaneamente instaurare un clima che mi mette a mio agio e mi rende prolifico ed efficace. Prendi Brian Eno, Non so mai davvero perché è un buon elemento dal momento che non sa suonare. Tutto viene principalmente dal modo in cui parla. Installa ed esprime i suoi parametri attraverso le parole, articola dei nuovi metodi ma il suo modo di comportarsi è banale: questo è davvero interessante. Cercate bene, il drum’n’bass c’è. 

Cercate, c’è del drum’n’bass…

R&F: Con Tony, hai forse il meglio di due mondi: delle splendide opportunità artistiche e un suono da far svenire. Non abbiamo mai pensato di restare un giorno impressionati dal suono della batteria di David Bowie e questa volta ne è proprio il caso. 

DB:
 Il suono di Heathen è meraviglioso. Davvero, Tony è un buon partito, potrebbe rendere felici molte donne (ride)

R&F: Più seriamente, se Sunday è uno tuoi pezzi più belli, viene spontaneo domandarsi quale radio la passerà. 

DB: Nessuna! Nessuna! Sono persuaso che molti si sono avventati su questo disco per saper quali pezzi potevano essere un singolo e io dico loro di non perderci la testa; potrebbe essere che non ce ne siano. Ma occorre constatare che io non sono un artista da singoli, ma un artista da album. Qualunque sia la base dei miei fans, sono sicuro che la pensano nello stesso modo. Spero quindi che qualche brano passi in radio, che qualcuno le canti a orecchio, perché so che l’album è abbastanza buono per questo. Penso che se la gente avrà l’opportunità di ascoltare questo album, rischierà di piacergli. Come? Non lo so. Conto di mettere degli estratti delle canzoni su Bowienet, una specie di jukebox che permetterà di ascoltarne un pezzo e di farsene un’idea. 

R&F: Heathen è un disco che si rivela un po’ di più a ogni ascolto. Noi lo ascoltiamo due volte al giorno da un mese e, a ogni ascolto, i nostri brani preferiti cambiano. 

DB: Stupendo. Perché è lo stesso sentimento che abbiamo avuto mentre lo registravamo. Ogni brano ha una sua propria forza e si insinua in modo diverso. Sono immensamente soddisfatto da questo album e adoro gli inediti. Heathen avrebbe potuto essere molto più lungo ma molti mi hanno rimproverato la lunghezza di Outside. Sinceramente penso avessero ragione. L’anno scorso mi sono confezionato una versione di Outside di 50 minuti, e l’album funziona molto meglio. Tanto peggio. Mi sono quindi deciso a non oltrepassare quella durata. Personalmente non amo più gli album troppo lunghi. 

R&F: In questi ultimi anni hai sperimentato molto, andando a toccare il drum’n’bass con Earthling. Questa volta sembrerebbe che la chitarra, onnipresente nelle tue opere passate, sia tornata.

DB: Cerca bene, c’è in Heathen qualche tocco di drum’n’bass, anche in Sunday.. Come regola generale, sono le canzoni che dettano il loro arrangiamento e i musicisti che le devono difendere. Per esempio, non c’è chitarra nella canzone Heathen. C’è un sax baritono, un’orchestra strana… 

R&F: Si ritrova lo spirito Hansa By The Wall

DB: Si, certo e un po’ il Pet Sound anche: un po’ Brian Wilson, un po’ rock’n’roll. Altri brani sono solo chitarra, I’ve Been Waiting For You.. 

R&F:
 Slow Burn

DB: Oh sì, anche se all’inizio non era prevista. Ma quando Pete (Townsend degli Who) ha aggiunto la sua parte… ha suonato talmente bene… Penso sia uno dei migliori assoli che abbia mai registrato. Ogni nota è profondamente vissuta.

R&F: anche i piccoli errori passano.. 

DB: Non ho sentito errori, solo scelte interessanti (ride malizioso)

Dio, chi sei? 

R&F: Heathen presenta almeno due chiare canzoni d’amore. Si può dire che David Bowie abbia aperto il proprio cuore al suo pubblico? 

DB: Mmmmm, a quali titoli fai allusione? 

R&F: I Would Be Your Slave e I’ve Been Waiting For You

DB:
 Nel caso di I’ve Been Waiting For You si tratta di un sostituto d’emozione perché è un pezzo di Neil Young che io avrei comunque registrato anche se avesse parlato di pesce. Il suono e lo stato d’animo di questo pezzo sono splendidi. Ma sì, potevo appropriami del testo e sostenere che evocasse la mia nuova relazione amorosa che dura da dodici anni! Nel caso di I Would Be Your Slave, in verità si tratta di una preghiera, qualcosa di molto diretto: ” Dio, chi sei? Rivelati ed io crederò in te. Nel frattempo ho di meglio da fare che attendere che tu ti faccia vivo.” Si tratta quindi di qualche cosa di molto diretto, scritto in modo molto ambiguo. Quello che ho cercato di fare con Heathen, è stato di avvicinare i grandi temi trattandoli a un livello molto umano: volevo a tutti i costi evitare la presunzione e l’enfasi, il progetto pomposo alla Emerson, Lake & Palmer. Chi siamo? Dove andiamo? Questo genere qui… Tuttavia sono stato ispirato in Heathen dalla musica di Richard Strauss. Gli ultimi quattro lieder che ha composto al termine della sua vita sono tra i miei brani preferiti di musica classica. Ho sempre avuto l’ambizione di scrivere qualcosa di quella portata, che avesse la stessa gravità, la stessa risonanza, e ancor più invecchiando. Spero di essere più felice di lui ma capisco ciò che ha animato: quando si è a confronto con il tema della fine, è legittimo sentire la necessità di attaccarsi alle domande più elementari a proposito dell’esistenza. Ma mi sono quasi costretto a ridurre i temi di riflessione e a umanizzarli. E quindi, non mi disturba il fatto che si consideri I Would Be Your Slave una canzone d’amore. Perché no, anche se so che parla di ricerca spirituale. 

R&F:
 Come tutto il disco del resto.. 

DB: Assolutamente si, tratta della mia ricerca attuale, cose del tutto contemporanee per me. Non c’è nulla di nostalgico, nessuna nostalgia delle cose passate. Infatti, sarebbe più un languore rapportarsi a un avvenire che mi sembra oscuro. Questa cosa mi contraria enormemente. Il passaggio al 20° secolo è stato un trucco completamente deludente: tutto qui? Tutta l’eccitazione del 1999 sul passaggio a questo nuovo secolo meraviglioso.. guardatevi intorno, è spaventoso! Spaventoso! 

R&F: In Francia sappiamo esattamente a cosa ti riferisci (l’intervista è stata fatta nel mezzo dei due turni elettorali) 

DB: Immagino lo sappiate! E’ diabolico. Questo, più il ragazzo che mitraglia una scuola in Germania, e.. la situazione del Medio-Oriente non si evolve assolutamente. Non è mai stato peggio di oggi. 

R&F:
 Sei tornato di recente in Inghilterra? Là l’americanizzazione avanza: uno Starbuck & Coffee a ogni angolo di strada… 

DB: Ho creduto di capire che tutto era buio, spento, estinto. Non si può che subire questo vento che soffia sull’Occidente terra terra e insipido. Non ci può elevare al di sopra della propria superficialità: non c’è alcuna profondità di percezione a livello intellettuale o spirituale, non c’è che la tristezza della vita quotidiana. Vien voglia di dire : “Svegliatevi! Come potete essere fieri di essere così ignoranti? Andatevi a farvi fottere, non voglio vivere come un maiale tra gli incolti.” Ho trascorso la mia vita a tentare di imparare, a cercare di comprendere, a essere curioso. Non vedo più gente curiosa, è terribile. Si ha di che essere realmente tristi a proposito dei giovani che vengono incitati a sguazzare nell’assenza della conoscenza. Capisco questo diluvio di informazioni con cui siamo sempre a confronto e capisco come ci siamo arrivati: i ragazzi sono talmente inondatati che non sanno nemmeno da dove iniziare a imparare. Iniziano ad arretrare e dicono: “Vaffanculo, non voglio sapere nulla.” Non voler sapere o non voler imparare sembra oggi un atteggiamento molto fico. Ma bisogna trovare ad ogni costo un’interfaccia, un nuovo modo di educare questi ragazzi, qualcosa che stia tra i giovani e la conoscenza. E’ terribile crescere fra queste.. patate. Ho scritto una canzone sulla morte di mio padre.

Ho scritto un brano sulla morte di mio padre.

R&F: Visto che siamo alle catastrofi, pensi che gli avvenimenti dell’11 settembre abbiano alterato il tuo lavoro e la registrazione di questo album? 

DB: A priori, l’album era a un tale punto di avanzamento che quegli avvenimenti non hanno potuto influenzare che sul modo di suonare sei musicisti presenti nelle sessions. Due giorni dopo l’11 settembre, abbiamo registrato gli archi e i musicisti non sono potuti arrivare in treno. Abbiamo quindi organizzato il loro spostamento in bus, hanno dovuto munirsi di passaporto e hanno trascorso qualche giorno con noi. Li ho ringraziati di avere fatto quello spostamento e loro mi hanno detto che era loro necessario lasciare New York per qualche giorno, il peso dell’ansia era troppo duro da sopportare in loco. Improvvisamente il nostro piccolo rifugio era diventato un santuario… sono quindi convinto che il loro modo di suonare è stato alterato dagli avvenimenti, a livello emozionale almeno. Il primo giorno, abbiamo registrato I Would Be Your Slave e certi versi della canzone prendevano subito una strana risonanza. Eravamo tutti molto colpiti, e i musicisti hanno sicuramente suonato con più intensità del previsto. 

R&F: Heathen sale in potenza come se fosse animato da rigurgito di ottimismo.. 

DB: Sì, verso la fine sì…. 

R&F: In Everyone Says Hi, inviti qualcuno in difficoltà a venire a casa tua a mangiare un boccone. Tutto questo non è molto David Bowie. 

DB:
 Salvo il fatto che è una canzone sulla morte (divertito e contento del bel colpo)

R&F: Oops, domanda seguente. 

DB: No, avete ragione. Everyone Says Hi viene dall’idea che, da quando è morto mio padre, mi ricordo con molta precisione che non riuscivo ad ammettere che non lo avrei più rincontrato. E da qualche parte nella mia testa, durante tutti questi anni, ho sempre avuto la sensazione che sarebbe ritornato, che non era che partito per un viaggio molto lungo. E’ così che è venuta questa canzone, pensando a mio padre e a quanto mi manca. 

R&F: La semplicità e l’efficacia delle parole sono sconcertanti. 

DB: E’ un tema importante per me ma che non lo volevo avvicinare come un qualche cosa di enorme. 

Oramai, a 26 anni, sei troppo vecchio. 

DB: Da come vanno le cose in questi ultimi diciotto mesi, il mio modo di imparare come registrare e il peso delle canzoni che scrivo mi rendono molto ottimista su quello che farò in futuro: può essere che le cose migliori della mia carriera siano ancora a venire. In modo molto positivo, ho fretta di vedere quello che farò. 

R&F: Tony Visconti dichiara di non averti visto mai tanto a tuo agio in studio.

DB: Sì, mi ci trovo bene. E’ perfetto. Sembra quasi che io abbia alla fine imparato come si scrivono le canzoni. 

R&F: Le suites di accordi elaborati sono ritornati. Le tue canzoni più pop non sono mai state molto chiare.. 

DB: Lo avverto anche io. Qualunque sia il compositore, autore o pittore, l’artista si avvicina alle cose a livelli diversi. Il suo lavoro può essere o un rigurgito o una assimilazione di informazioni. Il suo rendimento viene messo talvolta a riposo, meno fertile di quando rigurgita. In questo momento sento veramente di essere in forma sul piano artistico. 

R&F:
 Anche noi lo sentiamo. 

DB: E’ passato molto tempo da quando avevo voglia di suonare integralmente un album sul palco dal primo all’ultimo pezzo. Del resto, non ne posso fare a meno a Roseland. Non lo infliggerò al pubblico tedesco all’interno di un festival (ride) ma sarà geniale davanti a un pubblico ristretto. 

R&F: Conti di realizzare un video? Quali saranno questa volta i mezzi promozionali? 

DB: Sto lavorando ora con qualcuno su uno dei pezzi, ma non so… Vedremo… Comunque non ci saranno clip. E poi su quale canale passerà? Nulla in America, sono troppo vecchio. C’è questa incredibile barriera dell’età, nella radio e nella televisione. E sei troppo vecchio, più di 25 anni, non ti è più permesso esistere. Si può contare solo sul fatto che i fans parlano fra di loro e che solo in questo modo il disco sarà ascoltato. 

R&F: Che pensi di tutte queste nuove correnti musicali, teen-pop, gansta-rap, nu-metal? 

DB: (ride incredulo) Non ne so nulla. Adoro queste etichette, mia figlia non tarderà a dirmi che cosa ascoltare… Io gravito oggi attorno a cose che non sono fondamentalmente differenti da quelle attorno alle quali ho sempre gravitato. Ho bisogno di un po’ di minaccia, di malessere, di spleen… 

R&F: Ti piacciono gruppi come i Radiohead

DB:
 Li adoro. Una ottima band. Mi piacciono molto Grandaddyi Mouse From Mars che sono geniali, divertenti, e hanno ripreso l’eredità dei Kraftwerk ma in modo un po’ più surreale. Mi piacerebbe poter dire che mi piacciono i Mercury Rev ma non ne sono sicuro… 

R&F: E gli Air li adori totalmente? 

DB: Sì, li conosco e li adoro: siamo stati alla Virgin insieme. Mi hanno domandato se sapevo quale canzone mi avevano copiato (risate). Penso che con il loro nuovo album, abbiamo trovato la loro strada. 

R&F: Sarai molto occupato quest’anno. Come pensi di gestire queste assenze con la tua attività di giovane padre? 

DB:
 Come ben sai, mia figlia non ha che venti mesi ed è ancora troppo piccola per stare lontana da casa per lungo tempo. Tristemente ho già vissuto questa situazione con mio figlio e non voglio ricominciare. Non mi scuserò mai abbastanza con mio figlio Duncan per non essere stato presente quando era piccolo; è uno dei rimpianti maggiori della mia vita. Tutto ciò va dunque ad influenzare il mio lavoro. Mi esporrò con parsimonia, cercando di non assentarmi troppo a lungo. 

R&F: Il motto dell’anno sembra essere “meno uguale più″…

DB: (ride) Buona definizione. Ci sarà un tempo in cui potrà venire con me ma, a venti mesi, è troppo piccola. Fra un anno o due, vedremo. Ho visto dei bambini sulla strada a quella età: fin quando si riesce a mantenere il senso della famiglia, va bene.Non sarà ancora a scuola ma abbastanza grande per capire quello che succede; capirà e resterà con me, confidate in me. E poi il mio gruppo è meraviglioso, gente super. Sono sicuro che sarà una splendida esperienza, ma non ora 

R&F:
 Veniamo ora da Downtown e abbiamo notato che in certi negozi di dischi i tuoi album sono classificati nel reparto establishment. Che ne pensi? 

DB: Mi sento arrivato (ride). Di che album si tratta? 

R&F: Il tuo catalogo, Scary Monsters, Hunky Dory… 

DB: Bene, penso sia il posto giusto! 

R&F: C’erano pure i Kraftwerk

DB:
 Si, ma c’era Frank Zappa? E’ la sola cosa che voglio sapere… 

R&F: No, non l’abbiamo visto. 

DB:
 Allora va tutto bene (si piega a ridere). Accetto senza problemi una tale classificazione. Credo sia inevitabile. Ogni nuova ondata si infrange su quella precedente. Inizio a sentirmi ridicolo. 

Inizio a sentirmi ridicolo.

R&F: David, hai 55 anni, hai registrato il tuo primo disco nel 1964. Che sguardo dai oggi alla tua incredibile carriera? E’ stato difficile, gradevole, doloroso…? 

DB: Sì, a volte doloroso, a volte la mia straordinaria carriera è stata piena di momenti formidabili. A volte è stato orribile, a volte avrei voluto non aver conosciuto tutto questo, e a volte sono pronto a rivivere la stessa cosa. Per quanto io mi ricordi, ho sempre voluto imparare a scrivere una canzone, a cantare correttamente, a conoscere le basi di uno strumento… Comporre, cantare, nient’altro mi interessava. E se non ci fossi riuscito, il resto sarebbe stato senza importanza. Avrei potuto fare il lavapiatti o qualsiasi altra cosa perché l’unica cosa che mi interessava era cantare. Tuttavia non avevo una reale attitudine per questa cosa, nessun talento innato: è stato necessario lavorare duramente per imparare a comporre, a cantare, a mostrarmi sul palco.. Mi sono costretto a imparare, ho imparato ad avere talento. Veramente! E’ stato duro, ma lo vedete anche voi, è possibile… 

R&F: Forse qualche dono… 

DB:
 Non penso ed è qui che voglio arrivare. E’ la ragione per cui le persone che sono nate con del talento mi meravigliano. So tutto quel che ho fatto per arrivare a fare ciò che dovevo fare; ho dovuto aprire molti cassetti e capire queste cose prima di poterle applicare a ciò che volevo fare. Ho iniziato a essere esitante, a rendermi ridicolo, ho scritto di stufato di manzo e a poco a poco mi sono migliorato. E’ stato molto interessante: ho davvero imparato ad avere del talento. 

R&F:
 Ai tuoi occhi, chi possiede un talento naturale? 

DB:
 Tutti gli altri (risata generale)

R&F: Noi inclusi. 

DB: Davvero tanta gente; penso che Mick Jagger ha dovuto sgobbare un po’ per questo. Già, ho dovuto imparare a muoversi (ride)

R&F: Hai detto la stessa cosa su Bryan Ferry dieci anni fa… 

DB:
 Chi lo ha detto? (piegato dalle risate). 

R&F:
 Tu. 

DB:
 Davvero interessante! Mick ha imparato perché ha trascorso un sacco di tempo dietro le quinte a guardare Tina Turner e tutti gli altri, a spiare James Brown. Come me del resto. 

R&F: Anche Presley.

DB: Tutti. Li guardavo senza sosta domandandomi che cosa li rendeva così speciali, come facevano: fa molto rinascimentale osservare i propri maestri. E parlando di Ferry, ho visto recentemente i Roxy Music in concerto e li ho trovati favolosi, superbi. Vado fuori abbastanza e vedo molti giovani gruppi ma nessuno di loro è degno di legare le scarpe ai Roxy Music. Senza sforzarsi, sono così moderni, fuori dal tempo e pieni di talento. Mi sono detto: merda, sono davvero bravi. Eno manca un po’ ma sono splendidi lo stesso. 

R&F: Questa estate Ziggy compirà trent’anni. Avevi in porto molti progetti di commemorazione, che ne resta oggi? 

DB: Avevo pensato a un film o a una commedia musicale e poi, nel giro di un mese, mi sono accorto che era tutto inutile. Non posso concepire il seguito di Ziggy Stardust senza diminuire ciò che è già stato, impossibile. Ciò scatenerebbe una reazione a catena. Ho cercato di farci altre cose ma man mano che ci pensavo, scoprivo che l’idea fosse sempre meno chiara. Ziggy è già enorme nella testa di tante persone, perché diminuirlo? Mi dispiace, la bambolina di Ziggy non ci sarà… 

R&F:
 Nemmeno un opera musicale a Broadway?

DB: Nemmeno Ziggy da Oprah Winfrey (N.d.t: conduttrice di un talk show americano) (ride). 

R&F: Quali sono i tuoi progetti? 

DB:
 Il mio futuro non è che un immenso punto interrogativo. Dopo i concerti dell’estate, ho detto a Tony che mi piacerebbe ritornare in studio e se accedesse sarei molto felice. 

R&F: In che cosa credi oggi? Riusciamo a terminare questa conversazione con una nota di speranza? 

DB: Dovremmo, ce lo possiamo permettere.

R&F: Sono passati cinque anni, tutti dicevano che la Storia è morta, si supponeva che non sarebbe successo più nulla e oggi la Storia bussa alla porta: che cosa riusciremo a salvare secondo te? 

DB: Tutte le profezie sono basate sul passato più immediato. Se provi a redigere un manoscritto sul futuro, non farai nient’altro che dare la tua opinione su quello che è appena successo, anche quando tenti di fare progetti per l’avvenire. Secondo me, per sapere come sarà il futuro, basta guardare il passato recente. Sarà piuttosto merdoso. La paura si è insediata e la situazione del Medio-Oriente resterà la stessa: si sentono oggi commenti uguali a quelli del 1937. Le cose non sono andate avanti di un millimetro. L’antagonismo tra la Palestina e Israele è atroce. La situazione non potrà mai sistemarsi, va al di là di tutte le forme di raziocinio e di buon senso: non c’è che odio da entrambe le parti, nessuna via d’uscita. E’ la condition humaine.

Potete chiamarmi Comandante.

R&F: Ti resta da fare una sola cosa, continuare a scrivere belle canzoni… 

DB: Si, e alcune su Heathen parlano di questo. E’ il tema di A Better Future, in cui penso ai miei figli. Non smetterò mai di amarli. Di avere bisogno di loro. 

R&F:
 David, grazie di questa intervista. Visto che sei il capo della Iso Records, dobbiamo oramai dirti “a presto, sig. Presidente”

DB: (ride) Perché no? In vostro onore avrei dovuto portare la mia decorazione di Cavaliere delle Arti e delle Lettere (N.d.T.: Bowie è stato insignito di questa onorificenza dall’Academie Francaise nel 1999). Ne ho due ora, comandate e cavaliere. Ecco ciò che sono. 

R&F: L’abbiamo sempre saputo (risate)

DB: In generale non do nessuna importanza a questo genere di cose, ma, quando la Francia mi ha chiesto di farmi Cavaliere, il vostro Ministro della Cultura ha contattato il mio ufficio: ho risposto che mi dispiaceva, ma non potevo venire a Parigi. Se desideravamo offrire la decorazione a qualcun latro, potevano farlo. Ebbene, me l’hanno mandata per posta! Per posta! Di solito non si fa mai. 

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