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Earthling (1997)

Earthling (1997)

 Earthling (1997)

Little Wonder
(David Bowie/Reeves Gabrels/Mark Plati)

Looking For Satellites
(David Bowie/Reeves Gabrels/Mark Plati)
Battle For Britain (The Letter)
(David Bowie/Reeves Gabrels/Mark Plati)
Seven Years In Tibet
(David Bowie/Reeves Gabrels)
Dead Man Walking
(David Bowie/Reeves Gabrels)
Telling Lies
(David Bowie)
The Last Thing You Should Do
(David Bowie/Reeves Gabrels/Mark Plati)
I’m Afraid Of Americans
(David Bowie/Brian Eno)
Law (Earthlings On Fire)
(David Bowie/Reeves Gabrels)

Data di uscita: 4 febbraio 1997
Registrato ai Looking Glass Studios, New York

Prodotto da David Bowie

MUSICISTI
David Bowie
(voce, chitarra, sax, tastiere)
Reeves Gabrels
(chitarra, cori)
Zachary Alford
(batteria, percussioni)
Mike Garson
(piano, tastiere)
Gail Ann Dorsey
(basso)
Mark Plati
(tastiere)

CREDITS
David Bowie
(art direction)
Davide De Angelis
(design & computer imaging)
Frank Ockenfels
(foto)

 


La recensione di Walbianco

Dopo l’impennata artistica di 1.Outside, ed un tour che ha visto Bowie in vena di riappropriarsi del suo status musicale, appannato dal decennio degli anni ottanta e dall’incompreso progetto Tin Machine, anziché realizzare l’atteso secondo capitolo dei diari di Nathan Adler, Bowie, sull’onda dell’entusiasmo procuratogli dall’esperienza “live” con la sua band, pubblica Earthling, che apre al Duca le porta di un pubblico nuovo, cresciuto sull’onda dei ritmi jungle, techno e drum’n’bass, che furoreggiavano da un paio d’anni nei clubs di mezzo mondo, e che colorano in modo deciso l’intero album.
Supportato da gruppo di musicisti compatto, rodato e di eccellente livello artistico, composto da Reeves Gabrels, Mike Garson, Gail Ann Dorsey, Zachary Alford e Mark Plati, e, per la prima volta dai tempi di Diamons Dogs, producendosi da solo, Bowie compone un album che, in qualche modo, è agli antipodi del suo predecessore, e, ancora una volta, spiazza il pubblico.
Dove Outside era profondità e complessità, Earthling è leggerezza e velocità; dove Outside era una narrazione coerente, Earthling è puro divertissement musicale e linguistico.
I brani si succedono colpendo l’ascoltatore con l’infuriare delle chitarre e la velocità e compattezza di una splendida sezione ritmica di batteria e basso, e con l’incontro scontro di fughe folli di pianoforte e uso strabordante della tecnologia e dei campionamenti.
Ne esce fuori un insieme magmatico ed elettrizzante che passa dal crossover di jungle e rock di Little Wonder, alle pulsioni techno di Dead Man Walking e Law; dall’incipit in puro drum’n’bass di Seven Years in Tibet alle sfuriate rock di I’m Afraid of Americans e Looking for Satellites (dove Gabrels da libero sfogo ai suoi virtuosismi chitarristici), fino alla commistione di generi e strati sonori di Battle For Britain e Telling Lies.
L’uso della voce e del testo è versatile e mutevole: si passa dal nonsense eufonico di Little Wonder, alla poetica riflessione sul Tibet di Seven Years in Tibet; dalle citazioni dotte di Law, ai suggestivi accostamenti di immagini di Dead Man Walking, ed all’ironia tagliente di I’m Afraid of Americans.
L’album lasciò perplessi non pochi critici, i quali lessero nella nuova direzione presa da Bowie un troppo manifesto tentativo di catturare il pubblico dei giovanissimi; tuttavia nei brani di Earthling, sotto la facciata iper-moderna, v’è una solida struttura melodica che scava nella tradizione bowieana, rileggendola sotto la lente deformante della club culture più in voga al momento.
Arricchito da una esperienza dal vivo che ha lasciato un segno nel cuore dei fans, per l’energia, e la creatività manifestata da Bowie e dal suo gruppo, Earthling rimane sicuramente, subito dopo Outside, tra le cose migliori della ultima fase della carriera Bowieana.

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