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Young Americans (1975)

Young Americans (1975)

Young Americans
Win
Fascination
Right
Somebody Up There Likes Me
Across The Universe
Can You Hear Me
Fame

Tutti i brani sono stati composti da David Bowie tranne Fascination di Bowie/Vandross, Across The Universe di Lennon/McCartney e Fame di Bowie/Lennon/Alomar

Data di uscita: 7 marzo 1975
Registrato al Sigma Sound Studios,
Philadelphia

e agli Electric Lady Studios, New York

Young Americans prodotto da Tony Visconti

Win, Fascination, Right,
Somebody Up there Likes Me
prodotti
da Tony Visconti e Harry Maslin

Can You Hear Me prodotto
da David Bowie e Harry Maslin

Across The Universe e Fame
prodotti da David Bowie e Harry Maslin

MUSICISTI
David Bowie
(voce, chitarra, piano)
Carlos Alomar
(chitarra)
Mike Garson
(piano)
David Sanborn
(sax)
Willie Weeks
(basso)
Andy Newmark
(batteria)
Larry Washington
(conga)
Pablo Rosario

(percussioni)
Ava Cherry, Robin Clark, Luther Vandross,
Antony Hinton, Diane Sumler, Warren Peace

(cori)

su Fame e Across The Universe
John Lennon
(voce, chitarra)
Earl Slick
(chitarra)
Emir Ksasan
(basso)
Dennis Davis
(batteria)
Ralph McDonald
(percussioni)
Jean Fineberg, Jean Millington
(cori)

CREDITS
Eric Stephen Jacobs
(foto di copertina)

La recensione di Andrewme Bowie

Young Americans, album quasi tutto registrato ai Sigma Sound Studios di Philadelphia, viene pubblicato nei primi mesi del 1975, dopo la prima sbornia soul documentata in David Live e accennata in 1984 di Diamond Dogs, che tanto doveva a Shaft di Isaac Hayes. E’ un album controverso nella carriera di David, che col passare degli anni si è rivelato una delle sue cose migliori, nonostante le reazioni negative che ebbe all’uscita. L’album va inserito commercialmente nella soul-explosion degli inizi degli anni settanta e nella nascita della discomusic e infatti segue gli stilemi dettati dagli O’Jays e dai MFSB, ma in una dimensione assolutamente personale. Nel 1976 Bowie dichiarò “Pensavo che avrei dovuto fare un album di successo per consolidare la mia posizione negli Stati Uniti, così mi sono deciso e l’ho fatto. Non è stato troppo difficile.“. La copertina era stata tra l’altro commissionata al famosissimo illustratore americano Norman Rockwell, che declinò l’invito per una lunga serie di impegni. Un album per le charts quindi e Fame, composta con John Lennon e Carlos Alomar, su un riff ripreso da Footstompin’ dei Flare, sale subito in cima alle classifiche statunitensi, primo singolo di Bowie ad ottenere una simile posizione. Ma insieme a un sound meraviglioso, ad arrangiamenti assolutamente sofisticati, a sessionmen di altissimo livello (Willy Weeks, David Sanborn e Luther Vandross, qui forse al suo battesimo discografico), ci sono le parole di Bowie, espresse forse nel modo più sincero della sua carriera, cantate con una sofferta voce di rara intensità e bellezza, ritrovabile in pochi altri suoi lavori. E’ forse questa la splendida e accattivante ambiguità su cui si regge l’album, che propone in modo parallelo musicalità che fecero storcere il naso ai Bowie-rockers e allo stesso tempo contenuti e modi espressivi di fronte ai quali ci si arrende a qualsiasi posizione critica. E allora Young Americans, pezzi di una America disperata in salsa pop, con menzioni di Barbie, Watergate, Ford Mustang e Chrysler, Win, maestosa ballata da inserire tra i brani più belli ed autentici di Bowie, la sensualissima Fascination, il più dichiarato omaggio al Philly Sound dell’album, con in un mix di voci sparate a velocità pericolosa, quasi un rap ante-litteram, confuse dal sax quasi acido di David Sanborn, Somebody Up There Likes Me, quasi la voce di Ziggy col senno di poi, Can You Hear Me, forse la più bella canzone d’amore di Bowie. L’album testimonia anche la collaborazione con John Lennon in due brani, la beatlesiana Across The Universe e la già citata Fame. L’inserimento di questi due brani fece escludere per ovvii motivi di spazio altre due perle della produzione bowiana, It’s Gonna Be Me e Who Can I Be Now, presentate in ristampe integrali negli anni a venire. Young Americans è un album mastodontico, a volte ingiustamente liquidato come commerciale, ma in realtà bellissima storia di una rockstar in uno dei suoi momenti più difficili (iniziava qui il declino derivato dall’abuso di cocaina) narrata con una verità e spessore forse mai più ripetuti, immersi in uno stile perfetto.

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