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Tin Machine (1989)

 Tin Machine (1989)

Heaven’s In Here (David Bowie)
Tin Machine
(David Bowie/Tony Sales/Hunt Sales/Reeves Gabrels)
Prisoner Of Love
(David Bowie/Tony Sales/Hunt Sales/Reeves Gabrels)
Crack City
(David Bowie)
I Can’t Read
(David Bowie/Reeves Gabrels)
Under The God
(David Bowie)
Amazing
(David Bowie/Reeves Gabrels)
Working Class Hero
Bus Stop
(David Bowie/Reeves Gabrels)
Pretty Thing
(David Bowie)
Video Crime
(David Bowie/Tony Sales/Hunt Sales)
Run
(Kevin Armstrong/David Bowie)
Sacrifice Yourself
(David Bowie/Tony Sales/Hunt Sales)
Baby Can Dance
(David Bowie)

Data di uscita: 22 maggio 1989
Registrato agli Mountain Studios, Montreux

e ai Compass Point Studios, Nassau

Prodotto da David Bowie e Tim Palmer

MUSICISTI
David Bowie
(voce, chitarra)
Reeves Gabrels
(chitarra)
Hunt Sales
(batteria, cori)
Tony Sales
(basso, cori)
Kevin Armstrong
(chitarra ritmica, Hammond B3)

CREDITS
Sukita
(foto di copertina)

 

La recensione di Guido

E venne l’ora del bombardamento sonoro… Distratto dalla dimensione di media-artist dell’ultimo periodo (1983-1987), sacrificata la sua vena rock migliore per non nascosti motivi di cassa, tristemente distante dall’immagine comunque cult guadagnatasi negli anni settanta (con grande disperazione da parte di non pochi fans storici), Bowie decide di lavare i panni in Arno ritornando alle origini: Back To Basic Guitar Oriented Rock’n’Roll. Già dal nome Tin Machine, che sembra filtrare la tin can di Space Oddity con la saviour machine di The Man Who Sold The World, si ha l’impressione di un certo distacco da quanto visto e ascoltato nel recente passato dell’ex-Duca Bianco, e quando Bowie si dichiara semplice componente di una band composta dai fratelli Hunt e Tony Sales (batteria e basso), due ex Iggy Pop di quel Lust For Life nel quale David aveva messo mano, e da Reeves Gabrels – corposo e funambolico chitarrista bostoniano a metà strada tra Robert Fripp e Adrian Belew in salsa hard – la speranza di ritrovare un David Bowie musicalmente cleaned-up (in senso rock) comincia a prendere più consistenza. E l’album, pur se non esente da pecche, forzature, imperfezioni, conferma la ritrovata affidabilità rock del protagonista facendo tirare un sospiro di sollievo ai fans rock-oriented di vecchia data: sempre meglio una sana, energica imperfezione rock, rispetto a una finta/patinata/ruffiana perfezione progettata ad uso e consumo di una generazione cresciuta a pane, Mtv, vuoto gigantismo spettacolare da rockstadium. Puntato il dito (dunque) verso il feedback chitarristico di Gabrels talvolta sopra le righe, sottolineata in qualche caso una certa forzatura nello stile vocale del nostro, alzata la guardia per una incessante sezione ritmica che può lasciare senza respiro, quello che resta di Tin Machine è solido wild rock al calor bianco che trae linfa dal passato di gente come Hendrix, Troggs, Lennon e saluta – nell’approccio ultrasonico – l’avvento dei nuovi alfieri del rock più aggressivo come Pixies e Living Colours. Dall’andamento bluesy di Heaven’s In Here ( finale di Gabrels a parte…) all’esplicito riferimento a Wild Thing (Troggs/Hendrix) di Crack City, con tanto di citazione per i Velvet Underground (they’ll bury you in velvet / and place you underground), dal solido tributo al Lennon di Working Class Hero alla dissonante e plumbea I Can’t Read con citazione (questa volta) per Andy Warhol (Andy where’s my 15 minutes?), dalle reminiscenze alla PinUps (non a caso album icovers dedicate nel 1973 a gruppi degli anni sessanta) di brani come Tin Machine/Under The God/Pretty Things, alle necessarie (per tirare il fiato) ballate Prisoner Of Love e Amazing, l’album d’esordio dei Tin Machine rimane la concreta prova di un Bowie con la (vera) voglia di ritrovare almeno dignità rock. Non un capolavoro e nemmeno uno dei migliori dischi di Bowie ma…il David Bowie post Scary Monsters ricomincia da qui! Tanto vale lasciarsi trasportare… Tin Machine, Tin Machine, take me anywhere!!!

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