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Station to Station (1976)

station to station

Station To Station
Golden Years
Word On a wing
TVC15
Stay
Wild Is The Wind

Tutti i brani sono composti da David Bowie ad eccezione di Wild Is The Wind scritta da Dimitri Tiomkin e Ned Washington

Data di uscita: 23 gennaio 1976
Registrato al Cherokee & LA Record Plant
Studios, Hollywood

Prodotto da David Bowie e Harry Maslin

MUSICISTI
David Bowie
(voce, chitarra, sax)
Carlos Alomar
(chitarra)
Roy Bittan
(piano)
Dennis Davis
(batteria)
George Murray
(basso)
Earl Slick
(chitarra)
Warren Peace
(cori)

CREDITS
Steve Schapiro
(foto di copertina)

 

La recensione di Walbianco

Un suono sferragliante di locomotiva accompagna l’ascoltatore nel cuore di Station to Station, album pubblicato nel 1976, sull’onda del successo americano di Bowie.
Station to Station è un album anomalo, sofferto, a tratti oscuro: Bowie è al culmine della sua dipendenza da cocaina, perso in fantasticherie che vagano tra l’occultismo, il nazismo, la cabala e la fede religiosa. L’album, pur nei momenti più briosi, trasuda una sensazione di solitudine, di alienazione dal mondo e da se stessi.
Bowie crea il suo ennesimo personaggio, il Sottile Duca Bianco, un dandy etereo, elegante, gelido e distaccato, che si materializzerà con una potenza straordinaria nei suoi concerti dal vivo, dominati da gelide luci bianche e dal nero del suo completo di taglio classico.
Sotto un profilo musicale l’album è un ponte tra passato e futuro: per un verso indugia ancora sulle atmosfere soul e funky che hanno dominato l’album precedente, e che sono particolarmente evidenti in Golden Years, col suo andamento morbido ed i suoi cori suadenti, e Stay, dominata dal riff funky del chitarrista Earl Slick. Per altro verso, con la splendida, mutevole, ambigua title track sembra preannunciare, addirittura testualmente, un ritorno all’Europa, alla sua musica ed alla sua arte.
Il brano che da il nome all’album è una sorta di manifesto, di autoritratto a tratti oscuro e criptico (“un movimento magico da Kether a Malkuth“), a tratti desolatamente sincero (“non sono gli effetti collaterali della cocaina, penso si tratti di amore“), in cui la trama musicale varia per ben tre volte, cambiando ritmica, linea melodica, prospettiva, quasi a voler smarrire l’ascoltatore nel suo percorso obliquo.
TVC15, condotto su una efficace linea di pianoforte su cui si innestano, con notevole violenza, le chitarre elettriche, è una ironica riflessione sul potere alienante della televisione, mentre Word On A Wing, una straordinaria richiesta d’aiuto a Dio in forma di canzone, e Wild Is The Wind, cover di un brano classico di Dimitri Tiomkin, evidenziano le doti interpretative di Bowie, che si lascia andare a virtuosismi mai privi di espressività ed intensità drammatica.
Station to Station ha rappresentato l’ultimo capitolo della fase “americana” di Bowie, nella metà degli anni settanta, ed il suo fascino risiede proprio nel suo essere un ponte verso il futuro, nelle contraddizioni e nelle tensioni che lo percorrono, nel senso di angosciato solipsismo che trasmettono i versi dell’artista, e che ne fanno uno dei capolavori assoluti della discografia del Duca.

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