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Pin Ups (1973)

Pin Ups (1973)

Rosalyn (Duncan/Farley)
Here Comes The Night
(Berns)
I Wish You Would
(Arnold)
See Emily Play
(Barrett)
Everything’s Alright
(Crouch/Konrad/Stavely/James/Karlson)
I Can’t Explain
(Townsend)
Friday On My Mind
(Young/Vanda)
Sorrow
(Feldman/Goldstein/Gottehrer)
Don’t Bring Me Down
(Dee)
Shapes Of Things
(Samwell-Smith/McCart/Relf)
Anyway Anyhow Anywhere
(Townsend/Daltrey)
Where Have All The Good Times Gone
(Davies)

Data di uscita:19 ottobre 1973
Registrato al Château d’Herouville, Francia

Prodotto da Ken Scott e David Bowie
Arrangiamenti di David Bowie e Mick Ronson

MUSICISTI
David Bowie
(voce, chitarre, moog, armonica,
sax alto e tenore)
Mick Ronson
(chitarra, piano, voce)
Trevor Bolder
(basso)
Aynsley Dunbar
(batteria)
Mike Garson
(piano, organo, piano elettrico, cembalo)
Ken Fordham
(sax baritono)
Geoffrey MacCormack
(cori)

CREDITS
Justin De Villeneuve
(foto di copertina)
Pierre Laroche
(make-up)
Mick Rock
(foto sulla backcover)

 

La recensione di Pierluigi Buda – Heathen958

Anche per il forte senso di aspettativa che si era creato attorno a Bowie nel ’73, il pubblico accolse entusiasticamente Pin Ups: tra prenotazioni, vendite e permanenza in classifica, superò ogni record inglese. Parte della critica invece reagì diversamente: l’album di cover venne visto come l’atto di arroganza di un artista/idolo che produceva troppo, a scapito della qualità. Venne stigmatizzato anche il fatto che il nome del truccatore avesse lo stesso rilievo di quelli dei musicisti o del produttore: altri tempi davvero. Con maggior disincanto si può ora affermare che Pin Ups, nel suo sconfinato narcisismo, è uno degli album meglio prodotti e meglio suonati della fase glam di Bowie: è forse il perfetto inno glam di quegli anni pur non avendo nulla della superficialità un po’ cialtrona dei prodotti di altri artisti della stessa “scuola”. La cura nella resa di un suono sofisticato e prezioso lo dimostra (See Emily Play, Shapes of things, Sorrow). Le cover ci riportano a Londra fra il ’64 e il ‘67, ma è un album senza nostalgia: il materiale scelto (Who, Them, Mojos e Pink Floyd tra gli altri) viene aggiornato in senso semantico e proiettato in una dimensione innovativa e a tratti divertente. Non tutte le riproposte sono convincenti: la voce di Bowie ancora connotata da toni acuti e sottili non si presta sempre all’atmosfera marcatamente rock di certi brani (Anyway Anyhow Anywhere, I wish you would, Rosalyn) e la nuova versione non aggiunge molto all’originale. Ma quando gli arrangiamenti proposti si adattano meglio al singolo pezzo (Here Comes The Night, Where Have All The Good Times Gone, Sorrow) l’effetto è travolgente e il passato convive simultaneamente con lo studio di sonorità attuali, coinvolgenti e sferzanti. L’inimitabile copertina – Twiggy, mito degli anni sessanta assieme a Bowie, mito dei settanta, ridotti però a maschere androgine – è perfettamente indicativa di questo riuscito sincretismo fra ricordi e futuro. Pin Ups è un ultimo smagliante sorriso prima del nichilismo punk del ‘77, prima della crisi inglese del ’76 con l’inizio dell’era Thatcher nel ‘79. È l’antidoto a tutto questo (perché è brillante e ironico), ma ne è anche il preludio perché con il suo guardare indietro (invero non molto lontano, la storia del rock non è poi così lunga) segna una delle tappe del disincanto e del disinteresse latente per il reale e l’attuale, tipico della generazione a venire. Con Pin Ups il pop (già in odore di post-modernismo) si chiude in sé stesso, ma lo fa in modo sgargiante e perfetto: la produzione di Ken Scott, la pienezza degli arrangiamenti di Ronson (Friday On My Mind, I Can’t Explain, Don’t Bring Me Down) concorrono a porre l’album tra i vertici di quegli anni, per qualità e riuscita dell’insieme. Chi al tempo parlò di disimpegno, giudicò in modo solo politico e quindi miope il prodotto: oggi, superati i dogmatismi, si comprende meglio quel sorriso che racconta un’epoca. Vezzeggiandola e sfidandola.

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