Low (1977)

Low (1977)

Speed Of Life (David Bowie)
Breaking Glass

(David Bowie/Dennis Davis/George Murray)

What In The World
(David Bowie)
Sound And Vision
(David Bowie)
Always Crashing In The Same Car
(David Bowie)
Be My Wife
(David Bowie)
A New Career In A New town
(David Bowie)
Warsawa
(David Bowie/Brian Eno)
Art Decade
(David Bowie)
Weeping Wall
(David Bowie)
Subterraneans
(David Bowie)

Data di uscita:14 gennaio 1977
Registrato al Château d’Herouville, Francia e agli Hansa Studios, Berlino
Missato agli Hansa Studios, Berlino

Prodotto da David Bowie e Tony Visconti

MUSICISTI
David Bowie
(voce, piano, armonica, vibrafoni…)
Brian Eno
(Splinter mini-moog, Report ARP…)
Carlos Alomar
(chitarra)
Dennis Davis
(batteria)
Ricky Gardiner
(chitarra)
Eduard Meyer
(violoncello in Art Decade)
George Murray
(basso)
Iggy Pop
(cori in What in The World)
Mary Visconti
(cori in Sound And Vision)
Roy Young
(piano, organo Farfisa)
Peter and Paul
(piano e arpa in Subterraneans)

 

CREDITS
Steve Schapiro
(foto di copertina)

 

La recensione di Ilari

Prima o poi doveva succedere. L’artista che ha portato sotto i riflettori il concetto di rock decadente , poteva forse non accorgersi di Berlino? Per chi avesse flebili rimembranze di quel che fu la cortina di ferro sarà difficile riuscire a captare la sensazione che può rimandare una città divisa in due: da una parte le luci, il progresso, il prodotto, la creatività ed il multietnismo. Dall’altra lo spartano grigiore industriale, acciaio e ferro, omologazione e lavoro, Stato e totalitarismo. Il Checkpoint Charlie è qualcosa di cui tra vent’anni pochi riusciranno a ricordare l’effetto unico e lacerante che provocava al solo pensiero di cosa fosse in realtà quel passo architettonicamente militare e concettualmente disumano. David Bowie è un’artista che modella la propria arte captando segnali dal profondo dell’Agartthi, il posto dove nasce la Celebrazione dell’Invisibile e non è un caso che al traguardo dei trent’anni il processo di maturazione dell’artista David Bowie lo trovi perduto a Berlino. E in poco raccomandabile compagnia si direbbe, visto che a muovere le mani e la mente intorno al progetto berlinese di Bowie c’è un tipo che, anche lui smesse piume e lustrini già da un pò, si diletta nel manipolare suoni in maniera alquanto poco ortodossa. Il tipo in questione è Brian Eno, l’ex-tastierista (e mai termine fu più riduttivo) dei Roxy Music, poi coautore con l’altrettanto poco raccomandabile Robert Fripp di onirici lavori elettro-futuribili e titolare in proprio di alcuni strani orgasmi art-rock tra i quali un gioiello dal nome Another Green World. L’uscita di Low ebbe effetti alquanto curiosi. Sicuramente nessuno si azzardò a scrivere il solito disco di Bowie. La prima parte inizia subito con uno strumentale che fa benissimo pendant con la copertina. Un artwork con prevalenza di colori caldi, eppure cupo ed inquietante, proprio come Speed Of Life. Dà lì, una serie di canzoni che lasciano attonito l’ascoltatore fan, ma anche chi si approccia per la prima volta alla rockstar David Bowie. Pochi intuiscono che, proprio nell’attimo della deflagrazione del punk, Bowie ha già messo nella sua personale vetrina il capolavoro della new wave prossima a venire, quella senza le derive gotiche e le ansie schizofreniche che ne costituivano l’affascinante ed iconica rappresentazione, sublimamente interpretata da Bauhaus e Cure. Ma Low è anche punto di riferimento per l’evoluzione del linguaggio minimale nel rock. La seconda facciata infatti sorprende ancor più della prima proponendo quattro strumentali cupi ed oppressivi, che si colorano solo dopo molti ascolti di una creatività che gioca ad esplodere ed implodere su se stessa, toccando punte di terrificante bellezza nella finale Subterraneans. C’è chi dice che Brian Eno abbia lasciato su questo disco un’impronta molto più marcata di quanto si possa osar pensare, ma ci sono tutte le ragioni per credere che la cosa sia di secondaria importanza. Davanti a pezzi come Always crashing in the same car, Breaking Glass, Warszawa o la già nominata Subterraneans, chi conosce l’origine del concetto stesso di arte in Bowie, non ha bisogno di chiedersi a chi appartenga la firma su quella che forse è stata l’ultima e definitiva scossa data al mondo della musica rock da David Bowie.

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