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Lodger (1979)

Lodger (1979)

Fantastic Voyage (David Bowie)
African Night Flight
(David Bowie/Brian Eno)
Move On
(David Bowie)
Yassassin
(David Bowie)
Red Sails
(David Bowie/Brian Eno)
D.J.
(David Bowie/Brian Eno/Carlos Alomar)
Look Back In Anger
(David Bowie/Brian Eno)
Boys Keep Swinging
(David Bowie/Brian Eno)
Repetition
(David Bowie)
Red Money
(David Bowie/Carlos Alomar)

 

Data di uscita:18 maggio 1979
Registrato ai Mountain Studios, Montreux
e Record Plant Studios, New York

Prodotto da David Bowie e Tony Visconti

MUSICISTI
David Bowie
(voce, chitarre, tastiere, sintetizzatore)
Carlos Alomar
(chitarra, batteria)
Dennis Davis
(percussioni)
George Murray
(basso)
Sean Mayes
(piano)
Brian Eno
(sintetizzatori, tastiere)
Adrian Below
(chitarra, mandolino)
Simon House
(violino, mandolino)
Tony Visconti
(cori, chitarra, mandolino)

CREDITS
Duffy
(foto di copertina)

 

La recensione di Stefano Ilari

E’ il 1979, e il muro di Berlino ancora fa da cassa acustica alla melodia degli eroi per un solo giorno; il pallido Duca bianco e la sua corte di alchimisti prepara l’uscita dal perimetro berlinese apparentemente in punta di piedi mentre fuori, nel rutilante mondo dello showbiz ancora scosso dalle scariche elettriche del punk, va prendendo forma quello che sarà il suono post-rivoluzionario, una volta assorbita la truffa del rock n’roll ed il caustico Johnny Rotten rivestirà i panni del tormentato Lydon dall’immagine pubblica meno deflagrante ma sicuramente più tormentata. E più tormentato, nel risultato, sarà questo Lodger; album che difficilmente trova posto nella cima degli amori dei fans ed ingiustamente relegato a complemento del trittico berlinese, nonostante il fatto che chiunque forzi lo scrigno (che mostra in copertina un Bowie deformato con una penna fluttuante che gli fa da solitaria compagna) trovi nuovi tesori da affiancare alle migliori pagine della scrittura di Mr. Jones. Fantastic Voyage innanzitutto. Un’apertura romantico-spaziale come non ne sentivamo dai tempi di Space Oddity, un viaggio fantastico e breve quanto avvolgente che non lascia dubbi sul fatto che lo stato di grazia del Duca bianco è ben lungi dal finire. Chi ancora non aveva digerito fino in fondo le due facciate b di Low ed “Heroes” noterà (con malcelata soddisfazione) dalla busta interna che non ci sono pezzi strumentali. Chi auspicava ulteriori sviluppi del discorso avviato non rimarrà deluso poichè le sonorità di pezzi come Move On e Red Sails rimandano più o meno direttamente a quelle atmosfere nella loro accezione meno cupa ed oppressiva. La prima è una cavalcata notturna in mare aperto sotto nubi incoronate di stelle, l’altra è il turbinìo degli elementi che la chitarra di Adrian Belew ed il violino dell’ex-High Tide Simon House colorano di ondate rifrangenti. Il viaggio fantastico passa attraverso le distorsioni in futurama di African Night Flight e Yassassin, etnovisioni bowiane viste dalla lente indubitabilmente berlinese, mentre le tentazioni pop vengono affidate alla non si sa quanto cinicamente disincantata D.J. ed a Boys Keep Swinging, che riprende le sonorità di “Heroes” in chiave più affabile e meno eroica. Nervi scoperti invece in Look Back In Anger, ritmicamente possente e pervasa da schizzi di vitale creatività sonica, mentre Brian Eno mantreggia la sua attesa nel coro del refrain; Repetition è secca, scheletrica e quasi borderline con la voce di Bowie assente, quasi che la sua mente sia altrove. Chiude Red Money, rivisitazione della Sister Midnight a suo tempo affidata all’Iggy Pop lunare e ultradecadente di The Idiot, dove già risiede un’altra perla che Bowie ri-scriverà sull’album Let’s Dance, quella China Girl che avrà toni e colori completamente differenti.
Bowie in realtà ha già lasciato Berlino, anche se le atmosfere della città del muro sono ancora fantasmi palpabili, ma soprattutto ha chiuso la fase sperimentale che ha messo le fondamenta per quella che poi la stampa musicale identificherà come post-punk o new wave, a seconda delle sensibilità. Un vero e proprio approdo waveggiante, dove le onde portano dritte nella dimensione del futuro prossimo. Il degno suggello di una fase indimenticabile non solo dell’artista, ma dell’intera scena rock (e possiamo tranquillamente usare il termine nella sua totale genericità) alla quale le menti migliori delle prossime generazioni attingeranno a piene mani.

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