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Hunky Dory (1971)

Hunky Dory (1971)
  1. Changes – 3:37
  2. Oh! You Pretty Things – 3:12
  3. Eight Line Poem – 2:55
  4. Life on Mars? – 3:53
  5. Kooks – 2:53
  6. Quicksand – 5:08
  7. Fill Your Heart – 3:07 (Rose, Williams)
  8. Andy Warhol – 3:56
  9. Song for Bob Dylan – 4:12
  10. Queen Bitch – 3:18
  11. The Bewlay Brothers – 5:22

 

Tutti i brani sono composti da David Bowie ad eccezione di Fill Your Heart di Rose/Williams

Data di uscita: 17 dicembre 1971
Registrato ai Trident Studios, Londra

Prodotto da Ken Scott e David Bowie

MUSICISTI
David Bowie
(voce, chitarre, piano, sax)
Mick Ronson
(chitarra)
Trevor Bolder
(basso, tromba)
Mick Woodmansey
(batteria)
Rick Wakeman
(piano)

CREDITS
Brian Ward
(foto di copertina)
George Underwood
(artwork)

La recensione di Stefano Ilari

Il Bowie degli anni settanta non veste soltanto i panni sgargianti dell’alieno androgino venuto a molestare i superstiti della rivoluzione sessuale dei sixties; prima di Ziggy Stardust, Bowie incarnava già la figura ambigua, consapevole e ben decisa ad imporre uno scossone al dorato mondo del pop.
Bowie ha già al suo attivo The Man Who Sold The World, un album che regalava schegge acide e rock robusto e ballate di raro talento (si pensi solo ad After all), un disco forse destinato a rimanere sottostimato in eterno. Ha bisogno quindi di piazzare il colpo decisivo, accendere i comandi di quella astronave che riporterà a terra Major Tom il quale, dopo aver incontrato forme di vita aliene e subito alcuni ch-ch-ch-changes, torna deciso a sedurre milioni di menti e a ridare agli umani la gioia di liberare definitivamente il proprio corpo. Il messaggio sarà forte e chiaro in Ziggy Stardust, mentre è in Hunky Dory che l’alieno Bowie ci prepara alla Rivelazione che verrà. Il linguaggio è un pop androgino e permeato da talento superiore, che, dal linguaggio e dall’atmosfera più cupa dell’ Uomo che vendette il mondo, rientra in atmosfere più toccanti ed intimiste, a tratti colloquiali, ma sempre supportate da un modo di comporre di assoluta classe e da arrangiamenti mai ridondanti, anche nei pezzi dove il rischio è dietro l’angolo, come in Life on Mars?. Hunky Dory è un disco che parla il linguaggio del cuore alieno, che indica la terra per mostrare l’universo, che viaggia laddove spesso rifiutiamo di guardare. Bowie assembla quadri usando i colori dell’uomo alla ricerca di una definizione che sfugga tutte le altre definizioni conosciute, contaminandola con una sensibilità al femminile che non si annulla in un compiacente intimismo ma guarda dritto davanti al suo obiettivo. La copertina è quanto di più esemplificativo possa esserci, soprattutto alla luce del successivo capolavoro.
Changes dovrebbe esserne il manifesto. Insieme a Life on Mars? ed in misura minore Fill Your Heart, Bowie raggiunge qui l’apice espressivo della sua manifestazione androgina.
E si tratta di pezzi dal potenziale pop-intimista ai quali nessuno è in grado, in quel periodo, di tenere testa; sono quello che mancava, la cosa perfetta, quella cosa capace di raggiungere il cuore del ventenne così come quello di chi ha altri vent’anni di vissuto. In quest’ottica Bowie integra in questo lavoro il colore della riconoscenza, recando i giusti tributi a coloro ai quali l’alieno deve qualcosa del talento caleidoscopico da cui si sente toccato. Andy Warhol riceve in dono una frizzante ballad musicalmente un po’ irridente, Lou Reed una vistosa Queen Bitch e Bob Dylan una Song For dallo stile talmente dylaniano da far credere ad una riverenza molto più che accennata. Kooks, invece, è un benvenuto al figlio Zowie, un divertissement paterno spensierato quanto lo può essere una prossima rockstar davanti ad un neonato al quale si è dato cotanto nome. In Quicksand e Bewlay Brothers Bowie guarda l’America.. Gli spazi ampi non possono non catturare l’immaginazione di un alieno venuto/caduto sulla terra. E’ dall’America che arrivano le vibrazioni sonore dalle quali i due pezzi che chiudono le due facciate dell’album traggono linfa. Hunky Dory è un compagno di viaggio che condurrà comunque all’Arcadia se solo seguirete le sue coordinate asessuate, libere da ogni schema emozionale che non sia quello di chi non cerca limiti nell’orizzonte, ma nuovi orizzonti da cui farsi travolgere.

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