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“Heroes” (1977)

"Heroes" (1977)

Beauty And The Beast (David Bowie)
Joe The Lion
(David Bowie)
“Heroes”
(David Bowie/Brian Eno)
Sons Of The Silent Age
(David Bowie)
Blackout
(David Bowie)
V-2 Schneider
(David Bowie)
Sense Of Doubt
(David Bowie/Brian Eno)
Moss Garden
(David Bowie/Brian Eno)
Neuköln
(David Bowie/Brian Eno)
The Secret Life Of Arabia
(David Bowie/Brian Eno/Carlos Alomar)

Data di uscita:14 ottobre 1977
Registrato agli Hansa Studios, Berlino

Prodotto da David Bowie e Tony Visconti

MUSICISTI
David Bowie
(voce, chitarre, tastiere, sax, koto)
Carlos Alomar
(chitarra)
George Murray
(basso)
Dennis Davis
(batteria)
Brian Eno
(sintetizzatori, tastiere)
Robert Fripp
(chitarra)
Antonia Maas, Tony Visconti
(cori)

CREDITS
Sukita
(foto di copertina)

 

La recensione di Pierluigi Buda – heathen958

Tra echi di cabaret spezzati e filtrati dalla tecnologia (Joe the Lion; Blackout), “Heroes” prosegue nella destrutturazione della forma-canzone iniziata con Low, pur palesando un recupero dell’aspetto narrativo: meno sperimentale del predecessore nei pezzi strumentali, in quelli cantati mostra maggiore completezza. Uscendo dal solipsismo autoreferenziale, Bowie propone una sequenza di brani fortemente urbani: Joe the Lion o Beauty and the Beast evocano immagini metropolitane, realtà architettoniche affascinanti e soffocanti al tempo stesso. I suoni sono metallici e spigolosi a dispetto di un metodo di lavoro improntato alla spontaneità. E su tutto, naturalmente, domina Berlino: l’album ne coglie lo zeitgeist così contraddittorio – che è poi quello della nostra contemporaneità – e si propone come un percorso tra storia e rovine, tra vita e memorie. Sons of the Silent Age è Wilhelm Strasse, con gli agghiaccianti palazzi del potere nazista. Blackout oltre ad un’esperienza vissuta a livello personale, è il clangore della S-bahn che attraversa la città fra condomini e distruzioni. Sense of Doubt diventa un silenzioso percorso lungo il muro, metafora del disagio emotivo che tale visione suscita. Moss Garden ha i suoni esotici del Bowie viaggiatore, ma è una passeggiata sulla collina di Kreuzberg (è vicino all’aeroporto come suggeriscono certi effetti sonori) con la sua cascatella, in un malinconico inizio di primavera. Poco più in là inizia Neuköln, un quartiere dimesso, teso, a suo modo struggente così come il brano che ce lo racconta. The Secret Life of Arabia ricorda Morocco con la Dietrich (1930; von Sternberg), ricucendo un legame con la città. E naturalmente la title-track che con il suo canto spiegato, con il suo incedere circolare e sinfonico (modernamente trasformato dalla cultura musicale di Visconti e Eno) e con il suo racconto di disperazione senza soluzione va oltre l’episodio contingente di riferimento. I protagonisti richiamano quelli di Berlin Alexanderplatz di Döblin: allora non c’era il muro, ma la desolazione c’era già tutta. “Heroes” (e in alternativa c’è la suggestiva “Helden”), mantiene ancora inalterati fascino e potere suggestivo: l’acustica degli studi Hansa in Köthener Strasse del resto non ha uguali per creare suoni così pieni o riverberati, come conferma anche V-2 Schneider. La vena artistica prende forma dunque in un album drammatico, ricco e vario nonostante l’esiguo numero di collaboratori: ma l’arte quasi mai è quantità e i sapienti interventi di Robert Fripp lo dimostrano. Ancora una volta Bowie gioca con dediche più o meno palesi: Joe the Lion, V-2 Schneider, la foto di copertina che cita sia Schiele che Schönberg. Ma ciò che prevale, aldilà di luoghi o citazioni, è la capacità di questa musica, fatta di suoni distorti, spogli ed espressionisti, di saper mostrare certe ferite della modernità, trasmettendo così indelebili ed inquietanti emozioni, a sua volta ferendoci nell’animo.

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