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Heathen (2002)

Heathen

Sunday
Cactus
Slip
Away
Slow Burn
Afraid
I’ve Been Waiting For You
I Would Be Your Slave
I Took A Trip On A Gemini Spaceship
The Angels Have Gone
Everyone Says “Hi”
A Better Future
Heathen (The Rays)

Tutti i brani sono stati composti da David Bowie tranne Cactus di Francis Black, I’ve Been Waiting For You di Neil Young e Gemini Spaceship di Legendary Stardust Cowboy

Data di uscita: 10 giugno 2002


Prodotto da David Bowie e Tony Visconti

Registrato ai Looking Glass Studios, New York

 

MUSICISTI
David Bowie
(voce, chitarra, sax, tastiere, stilofono, batteria)
Tony Visconti
(basso, cori)
Matt Chamberlain
(loop programming, batteria)
David Torn
(chitarre, guitar loops, omnichords)
Greg Kitzis
(violino)
Meg Okura
(violino)
Carlos Alomar
(chitarra ritmica)
Martha Mooke
(viola)
Mary Wooten
(violoncello)
Carlos Alomar
(chitarra)
Sterling Campbell
(batteria, percussioni)
Lisa Germano

(violino)
Gerry Leonard
(chitarra)
Tony Levin
(basso)
Mark Plati
(basso)
Jordan Ruddess

(tastiere)
Lenny Pickett, Stan Harrison, Steve Nelson
(fiati)
Pete Townsend
(chitarra in Slow Burn)
Dave Grohl
(chitarra in I’ve Been Waiting For You)
CREDITS
Markus Klinko
(foto)
Leggi lo SPECIALE HEATHEN »

La recensione di Pierluigi Buda – Heathen958

È singolare Heathen nella complessa produzione recente di Bowie: un album intriso di riflessioni molto profonde sull’uomo e sul proprio destino ma che al tempo stesso mostra una ritrovata spinta comunicativa (Everyone says hi rappresenta questo sincretismo) riuscendo così a ricondurre il pubblico verso l’artista. In una ipotetica “trilogia della disillusione” (da “hours…” pieno di amarezza e fino a Reality che è un costante confrontarsi con la morte) Heathen, nel suo ruolo centrale e nella sua articolata riuscita, rappresenta la solitudine dell’uomo che guarda dentro sé (lo sguardo interiore del profeta nell’inquietante copertina; i testi filosofici nelle foto interne) e medita su temi complessi. Si susseguono così una religiosità non salvifica (Sunday, Heathen), la moderna nevrosi urbana (Slow Burn o la cover di Cactus), una solitudine rassegnata e pur sempre evocativa (5:15, Heathen). L’opera segna il ritorno delle sonorità di Tony Visconti: il suono è spazioso e prospettico (Slip Away, Slow Burn, I would be your slave) e in questo pathos melodrammatico l’ascoltatore si ritrova immerso nell’atmosfera totalizzante del disco. Dallo stratificato tappeto sonoro emergono melodie, suoni, rumori, sirene, creando un forte effetto di presenza e l’apporto dei musicisti (Pete Townsend, Dave Grohl, Mark Plati, Alomar, fra i tanti, ma anche lo stesso Bowie) è all’insegna di un armonico e forte coinvolgimento. Bowie torna ad essere il cantore delle grandi contraddizioni: quest’album che parla di vuoto esistenziale è caratterizzato da una pienezza avvolgente, cogliendo narrativamente lo zeitgeist dubbioso e annichilito di questi anni. Non tutti i brani sono allo stesso livello (I’ve been waiting for you , A better future) e certi outtakes, usati come b-side o bonus, avrebbero meritato un posto ufficiale nell’impaginazione definitiva; ma nell’insieme si tratta di un’opera artisticamente matura e motivata e la qualità del canto variamente caratterizzato (Slip Away, Afraid, Gemini Spaceship) lo testimonia. La sensazione globale è che questo disco riflessivo ed attuale si ponga, a dispetto del titolo, come una preghiera sommessa, certamente laica ma pur sempre carica di una spinta verso una indefinita immanenza. In StationToStation Bowie proponeva preghiere a canto spiegato, ora tutto è più interiorizzato e l’atmosfera rarefatta attorno agli Allaire Studios ha ispirato una costruzione sonora che è quella di una architettura sacra in cui il suono riverbera e in cui un uomo – modernamente lacerato dalla dicotomia fra dominio razionale e spiritualità – ha cercato rifugio. Ancorché opera perfettibile, qui vita, teatro, arte e scena compongono una volta di più una soluzione alchemica indissolubile. Heathen conserva così una sua bellezza sospesa e a tratti indecifrabile: si apre con la frase “nothing remains” e si chiude in un singhiozzo doloroso, evocando – se volutamente o meno, non è importante – il tragico presentarsi del nuovo millennio.

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