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1. Outside (1995)

 Outside (1995)

Outside (Kevin Armstrong/David Bowie)
Hearts Filthy Lesson
(Bowie/Eno/Gabrels/Garson/Kizilcay/Campbell)
A Small Plot Of Land
(Bowie/Eno/Gabrels/Garson/Kizilcay/Campbell)
Hallo Spaceboy (Brian Eno/David Bowie)
The Motel (David Bowie)
I Have Not Been to Oxford Town
(Brian Eno/David Bowie)
No Control (Brian Eno/David Bowie)
The Voyeur Of Utter Destruction
(Brian Eno/David Bowie/Reeves Gabrels)
I Am With Name
(Bowie/Eno/Gabrels/Garson/Kizilcay/Campbell)
Wishful Beginnings (Brian Eno/David Bowie)
We Prick You (Brian Eno/David Bowie)
I’m Deranged
(Brian Eno/David Bowie)
Thru’ These Architets Eyes
(David Bowie/Reeves Gabrels)
Strangers When we Meet (David Bowie)

Data di uscita: 25 settembre 1995
Registrato ai Mountain Studios, Montreux

Prodotto da David Bowie, Brian Eno
e David Richards

MUSICISTI
David Bowie
(voce, chitarra, sax, tastiere)
Brian Eno
(sintetizzatori)
Reeves Gabrels
(chitarra)
Erdal Kizilcay
(basso, percussioni)
Mike Garson
(piano)
Sterling Campbell
(batteria)
Carlos Alomar
(chitarra ritmica)
Joey Barron
(batteria)
Yossi Fine
(basso)
Tom Frish
(chitarra in Strangers When we Meet)
Kevin Armstrong
(chitarra in Thru’ These Architets Eyes)

CREDITS
David Bowie
(illustrazione in copertina)
David Bowie & Denovo
(album design)

 

La recensione di Andrewme Bowie

E’ davvero incredibile quanto questo grande artista sia capace nel gioco d’azzardo, abilissimo nell’estrarre la carta strabiliante anche quando la partita si fa di routine. La copertina, un autoritratto in perfetto stile espressionista, fa immediatamente intuire in quale film stiamo entrando. Outside è il capolavoro, dopo anni incerti, ma pieni di intuizioni, che ha fatto da colonna sonora agli incubi di molti fans e ne ha anche segnato il cuore, perché condensa in settanta minuti tutto l’immaginario bowiano, senza concedere quasi nulla alla sensazione del già ascoltato. L’atmosfera di riferimento è quella delle sonorità industrial di gruppi come i Nine Inch Nails (ai quali Bowie si affiancherà nella parte americana del tour di questo album), che qui viene elevata ad livello a volte insuperabile, privata degli elementi più gratuitamente rumorosi, e resa a modo suo più melodica e cantabile. E’ un’opera moderna, nel senso filosofico del termine, perché quasi scardina le convenzioni del suo abituale contesto. E il contesto è Bowie, è Ziggy, è il Duca Bianco. Il pretesto narrativo, concepito come un’opera aperta, priva di una reale e definitiva conclusione, è un detective e un omicidio. In una tessitura piena di vuoti, il suono riempie quello che dell’azione manca. Brian Eno lascia una traccia evidente nell’apparato sonoro, pieno di elettronica, cacofonia, sintetizzatori, ma Bowie è il vero artefice di questo mostro. Un mostro dilaniato di dolore, di urla e di disperazione, di esistenza vissuta in un qualche modo al limite. Si passa dalle cadenze ossessive della title-track (riesumata dal repertorio live dei Tin Machine), all’industria pesante di Hearts Filthy Lesson, dalla drammatica quasi-sinfonica A Small Plot Of Land, alla martellata Hallo Spaceboy, ennesima reminescenza del Maggiore Tom, come a voler dire che il glam-rock oggi si può realizzare solo così, vestito di stracci, e poi il drum’n’bass che sta sotto a Voyeur Of Utter Destruction, all’omaggio alla grande disperazione di Scott Walker in The Motel, forse la più bella love-song scritta da Bowie, e poi i ritmi vuoti persi nella catastrofe di We Prick You, di I’m Deranged, di Thru’ These Architets Eyes e la conclusiva Strangers When We Meet, già cantata in Buddha Of Suburbia, e qui interpretata come un crooner che canta del suo amore in mezzo alle macerie. Un rilievo particolare va dato ai testi, impiegati come un coacervo imprevedibile di colori, immagini, emozioni, storie, nella migliore tradizione bowiana, figlia degli esperimenti di cut-up di William Burroughs. Se una volta Bowie, aprendo l’album Ziggy Stardust, ci raccontò che ci rimanevano solo cinque anni da vivere (Five Years) qui davvero sembra che il sesto anno sia giunto, in questo grande affresco fatto di rossi fiamminghi e di neri espressionisti. E’ un album che si presta a un ascolto sinestetico, a volte decisamente corporeo, perché coinvolge davvero tutti i sensi, per l’illimitato spazio che offre a chi lo ascolta. La band che lo accompagna merita una particolare menzione, tutti davvero al top delle loro prestazioni e percepibili nel loro coinvolgimento in questo progetto. Se il consiglio posto sul retro della copertina di Ziggy Strardust era “to be played at maximum volume”, potete anche in questo caso alzare al massimo il volume, ma abbassate le persiane e spegnete la luce, che non vi vedano da fuori quando lo ascoltate. Un album che possiede davvero la grande pennellata michelangiolesca che fa di un’opera d’arte un capolavoro.

 

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