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Lazarus: il sipario finale, Mojo, dicembre 2016

IL SIPARIO FINALE

L’Ultima opera di David Bowie è stata quella di completare LAZARUS – il musical teatrale che ha resuscitato L’Uomo Che Cadde Sulla Terra e fornito idee poi transitate in Blackstar. Mentre sbarca a Londra, portando con sé il CD della colonna sonora, il cast e la crew rivivono la sua creazione ed esplorano la visione di Bowie. “Lui ha amato il fatto di essere parte di tutto ciò”, racconta PAUL TRYNKA

Nel 2005, il produttore cinematografico e teatrale Robert Fox, fratello degli attori James ed Edward, ricevette un regalo da un amico. Era una copia del romanzo di Walter TevisL’uomo che cadde sulla Terra”, con una dedica scritta a mano, “Robert, io non sono affatto un essere umano. Thomas Jerome Newton…shhhh. David Bowie
Bowie, è trapelato, aveva da poco acquistato i diritti della storia il cui protagonista, un eroe alieno naufragato sulla Terra, era stato da lui interpretato nell’adattamento cinematografico di Nic Roeg nel 1975.
Ma Fox non ebbe alcuna notizia fino all’inizio di Luglio del 2013, quando Bowie lo chiamò per un incontro in un hotel a Londra. In quell’occasione gli spiegò che voleva costruire un sequel. “E’ basato sul personaggio che ho impersonato” spiegò a Fox, “e si chiama Lazarus”.
Lazarus: l’uomo che è tornato dalla morte. Nel 2016 tutto ciò rappresenta una sconcertante ironia: che un’altra delle ultime espressioni creative di David Bowie sia diventata una specie di immediata opera postuma, con un musical di recente trasferitosi a Londra, ed una colonna sonora, arricchita da tre bonus track inedite, scritte per lo show e registrate con la band di Blackstar.
Un’altra testimonianza della passione di Bowie per il teatro ed il musical teatrale, durata tutta la vita, che va ad aggiungersi alle tante pietre miliari in molteplici media, compreso il periodo in cui, prima che diventasse famoso, ha recitato nella piece di mimo di Lindsay Kemp, “Pierrot in Turquoise” (filmato nel 1970) , ed il ruolo – accolto da recensioni entusiastiche – nella trasposizione di Broadway di “The Elephant Man” (nel 1980). Bowie stesso ha assistito alla prima di Lazarus in un teatro Off-Broadway, al New York Theatre Workshop, lo scorso 7 Dicembre. Adesso sappiamo che non gli restava molto da vivere.

Due anni e mezzo prima, solo la parsimonia con cui Bowie descriveva il lavoro a Robert Fox suggeriva una qualche urgenza: “E’ sempre stato abbastanza….conciso”, racconta oggi Fox, con tono molto misurato. “Non entrava mai molto nel dettaglio, ma capivi subito che se aggiungeva qualcosa era perché aveva una grossa importanza per lui. Soprattutto nel lavoro”.
In quel primo incontro a Londra, ricorda Fox, Bowie gli chiese “chi sono i migliori giovani scrittori?”, “ed io gli risposi subito, Enda Walsh”.
Per l’occasione, Bowie lesse molti copioni e fu d’accordo sul fatto che lo stile esplosivo del drammaturgo irlandese, pieno di confusione e disfunzione, messo alla prova nello spettacolo molto lodato nel 1997, “Disco Pigs”, e nella versione in musical di “Once” (2011), era perfetto.
Quando Walsh ricevette la chiamata per incontrare Bowie e Fox a New York, nel Settembre del 2014 si trovava, per una straordinaria coincidenza, in vacanza in New Mexico: la location delle scene chiave girate nel deserto per il film L’Uomo che cadde sulla Terra.
Sperso nel nulla totale, si ritrovò ben presto immerso nelle conversazioni riguardo al personaggio di Newton: “Quest’uomo”, racconta Walsh, “che non può andarsene e non può morire”. Nell’essenza, questo spettacolo si sarebbe svolto tutto nella mente dell’alieno. “E’ un viaggio nell’interiorità, nella mente”. “Perciò il set non è un appartamento, è uno spazio mentale. Quindi le regole rimangono tutte fuori della finestra…la narrazione passa attraverso questa mente turbata. Quindi la piéce si incentra sul dialogo di una persona con sé stessa”.

Bowie ha anche concepito molte parti del set. “Lui le delineava per me”, dice Walsh, “mi spiegava che abbiamo Newton, questa ragazza morta e questa donna che per un breve periodo ha una sorta di crollo mentale e diventa un’altra donna, Mary Lou. Ed abbiamo un uomo, Valentine, che vuole uccidere l’amore”.
Durante l’autunno del 2014, la storia di Lazarus fu abbozzata da Bowie e Walsh insieme, con Bowie che aggiornava Walsh tramite email. Nei primi giorni, il personaggio di Ellie si chiamava Ellie Lazarus; questo dettaglio cambiò, ma il concetto centrale è rimasto. Walsh: “Lazarus ovviamente è il titolo complessivo che sintetizza la situazione in cui si trova il personaggio – la condizione transitoria di trovarsi in purgatorio ed un attimo dopo non più, un uomo che cerca di trovare chiarezza e riposo”.

Più o meno nel mese di Ottobre, Fox conobbe il regista Ivo Van Hove, e vide la sua acclamata produzione del dramma di Arthur Miller “A View From The Brige”, al Young Vic di Londra: “ ne fui molto ben impressionato e mandai una email a David appena tornato a casa per dirgli che lui era la persona giusta”. Bowie delegò a Walsh il compito di seguire la produzione e lui accettò.
Quando rivolsero la proposta al regista belga, lui rispose loro che non solo aveva già usato dei brani di Bowie nelle sue produzioni, ma anche che quando per la prima volta partì dal Belgio col suo compagno, Jan Versweyveld, andarono a New York per vedere Bowie nel ruolo di Elephant Man. Ben presto Van Hove andò a New York per dedicarsi alla prima lettura del testo: “era meravigliosamente bizzarro”, racconta Walsh, “David gli lesse il copione del primo atto, interpretando tutti i ruoli”.
Col direttore musicale Henry Hey, l’opera di rifinitura continuò.
Solo nel Dicembre del 2014, racconta Fox, lui, Ivo e Walsh furono messi al corrente di un elemento fondamentale di tutto il contesto: “David ci disse che non stava bene. Ci spiegò che non avrebbe potuto seguire alcune parti della produzione e voleva assolutamente che sapessimo che le sue assenze non sarebbero state dovute ad una mancanza di volontà, ma perché non avrebbe potuto proprio partecipare, non certo perché avesse perso interesse al progetto”. E’ stato allora che ci disse: “Dobbiamo assolutamente fare questa cosa. E darci dentro”.
La rivelazione aggiunse forza ai preparativi, soprattutto al quartetto di base. Ma coloro che furono in contatto con lui, come Walsh, ricordano anche la leggerezza nel modo di procedere, perché “David è una delle persone più piacevoli che abbia conosciuto, e così al centro c’eri sempre tu, o il progetto – mai lui. Per cui il pensiero che lui stesse male se ne rimaneva in fondo alla mente, perché c’era così tanto che stava accadendo, e lui stava lavorando anche a Blackstar, e continuava a dimostrare questa straordinaria energia”.

I due (David Bowie ed Enda Walsh) talvolta avevano conversazioni dai toni più cupi, sebbene sempre incentrate sul personaggio di Thomas Jerome Newton, al quale Bowie si sentiva “molto connesso”. Discutevano di quanto il personaggio poteva cambiare “quando era pompato di morfina, e quando non lo era. Cosa accade al cervello. Parlavamo di “The Singing Detective” di Dennis Potter e di come – nel guardarlo – sei dannatamente incerto su cosa stia accadendo”.
In altre occasioni, le loro conversazioni erano divertenti o addirittura sciocche. Bowie e la sua assistente Coco Schwab portarono Walsh al MOMA di New York, con Bowie intento a commentare le mostre d’arte, o l’estetica della tromba delle scale nei palazzi di New York, con un tono di voce irritante alla Derek & Clive: “era dannatamente divertente” dice Walsh.
Michael C. Hall fu il primo membro del cast ad essere reclutato, dopo essere stato esaminato da Van Hove negli ultimi giorni delle sue esibizioni in Hedwig & The Angry Inch, probabilmente intorno al mese di Gennaio del 2015. Si è rivelata una decisione brillante, perché nello spettacolo lui si è ritagliato una sua personale interpretazione di Newton, uscendo in qualche modo dall’intorpidimento e dall’autocommiserazione, per interpretare le canzoni di Bowie in un agevole tono baritonale che si adatta bene alla figura dell’alieno, senza scimmiottare il creatore delle canzoni.
Oggi Hall parla di quell’intenso periodo con accurata precisione, ma c’è ancora un velo nei suoi occhi quando attribuisce il merito a Bowie di aver reso affrontabile questo compito molto gravoso. “Ero molto nervoso all’idea di incontrarlo”, spiega, “ma una volta che fece il suo ingresso, fu come se mi avesse dato il permesso di rilassarmi. La sua presenza era magica, in molti sensi”. Hall sottolinea la padronanza di Bowie sull’ordinario – “talvolta era disarmante” – così come sul lato spirituale. Mentre provavano, Bowie entrava da una porta di servizio, per non distrarre gli attori, ma loro si accorgevano subito della sua presenza. “Le molecole nella stanza si agitavano” .
Il direttore musicale Henry Hey aveva lavorato con Bowie nel suo album del 2013, The Next Day (è lui a suonare il piano in Where Are We Now?). Come agli altri, anche a lui fu concessa una autonomia d’azione molto apprezzata, nel lavorare sulla base delle indicazioni date da Bowie: “un suono stile R’n’B della Stax anni 60, molto oscuro e sporco”. Le quattro canzoni nuove – Lazarus, No Plan, Killing A Little Time e When I Met You – vennero fuori gradualmente, mentre lo spettacolo prendeva forma, e Walsh fu il primo ad ascoltarle. La prima canzone fu probabilmente Lazarus – che Hey ascoltò in forma di demo.
“Il nome originario della canzone era The Hunger”, spiega Hey, “ed io ho ascoltato il demo prima che la band di Blackstar l’abbia toccata. Questa è la versione su cui si sono basati i nostri arrangiamenti, e quindi sono più vicini all’originale. Credo che sul demo ci fosse anche Tony Visconti”.
In molti casi, il cast ha lavorato su dei demo fatti dal chitarrista J.J. Appleton, sebbene Hall ricordi che ad un certo punto Bowie si allungò verso la sua borsa per tirarne fuori un cd con le sue versioni dei brani e disse: “Forse queste potrebbero essere utili?…ed io risposi…oh, beh…si!” .
Anche No Plan, una deliziosa ballad con dolci cambi di accordi, quasi alla Bacharach, cantata da Sophia Anne Caruso nello spettacolo e sul cast album, è venuta fuori abbastanza presto. Killing A Little Time e When I Met You, invece, sono state scritte dopo. Sono entrambe dense, avvincenti, e spingono in avanti l’azione. La prima delle due, ricorda Hall, è stata l’unica canzone in cui Bowie fu molto specifico sul modo di cantarla: “C’è il verso in cui dice the monster fed, the body bled (trad.: il mostro è stato nutrito, il corpo dissanguato) ..e Bowie disse <<è un verso un po’ maldestro, ma volutamente. E bisogna cantarlo come se tutto il mondo meritasse queste stronzate, bisogna sputarle fuori proprio così!>> è stata probabilmente l’unica nota di recitazione che mi ha dato, ma è stata assolutamente brillante”.
Assistendo a Lazarus, si avverte la sovrapposizione tra la figura di Newton e quella di Bowie: entrambi isolati nei loro appartamenti, in cerca di trascendenza, mentre l’immersione dell’alieno nel gin ricorda i vari stati di alterazione vissuti da Bowie in passato. Bowie non condivideva con Newton l’autocommiserazione, e il personaggio dell’alieno non condivide il senso dell’umorismo di Bowie. Tuttavia c’è un momento, verso la metà dello spettacolo, dove i due si fondono, quando Hall/Newton evoca dolcemente i giorni di Bowie in Hauptstrasse, a Berlino, nella canzone Where Are We Now? <<in quel momento la figura di Bowie traspare chiaramente” dice Hall, “in quel momento a tutti noi viene ricordata la genesi di questo intero progetto. Non solo il fatto che lui abbia scritto le canzoni, ma il fatto di aver conservato una particolare attrazione verso la figura di Thomas Newton”. Tuttavia Walsh puntualizza che quel passaggio non riguarda solo i desideri di Bowie: “è una nostalgia per il mondo, condivisa anche dal personaggio. In quel modo Newton comincia a diventare non più solo Newton – ma un uomo in carne ed ossa”.
C’è una scena, che in occasione delle rappresentazioni newyorkesi aveva provocato un certo fastidio, e che sicuramente risulterà ancora più sgradito per il pubblico di Londra. Sophia, la ragazzina adolescente, ha una conversazione con un uomo più anziano, interpretato da Alan Cumming. Gradualmente apprendiamo della loro macabra relazione. Si tratta di un altro elemento su cui Bowie ha voluto dare delle indicazioni.
“David ci disse <<bene, abbiamo questo tizio, Newton, che sta perdendo la testa, e questa ragazza…ma questa ragazza in realtà è morta>>” racconta Walsh, “ ed io ho pensato, Ok. Ed una parte di questo viaggio interiore riguarda la ragazzina e la sua scoperta di ciò che ella effettivamente sia, da dove venga e quale sia il suo compito”. La scena del dialogo, la più importante per il personaggio di Sophie Ann Caruso, è stata caricata di significati già nelle anteprime. Hall ricorda che era una scena “agghiacciante”. Il personaggio di Cumming, più o meno come lo è Bowie adesso, era presente solo in video. Caruso, inoltre, è più o meno dell’età della figlia di Bowie, Lexi. Le inquietanti similitudini sono sicuramente uno dei motivi per cui Bowie disse a Robert Fox, “non voglio che mia figlia veda questo spettacolo”. (NOTA MIA: è importante evidenziare che, nello spettacolo rappresentato a Londra, la scena del dialogo tra la ragazza e l’uomo – il cui volto compare in primo piano sullo schermo – è stata completamente tagliata. Questa cosa mi ha sorpreso non poco, essendo la prima occasione in cui, con una potenza quasi cinematografica, e che in qualche modo ricorda il romanzo Amabili Resti, capiamo che in realtà la ragazza è morta e che il viso è quello del suo assassino, probabilmente un maniaco che la conosceva e all’uscita di scuola l’ha rapita, l’ha uccisa e seppellita, senza nemmeno saper spiegare il motivo per cui l’ha fatto).

Mentre la fase di perfezionamento stava per concludesi, Bowie assistette a diversi workshop ed a svariate prove, durante le quali ha aiutato a dare la forma definitiva alla piece (la canzone Ashes to Ashes fu inserita solo all’ultimo momento). Henry Hey è tra i molti che ricordano che lui appariva gioioso: “Non ha mai fatto trasparire all’esterno la sua malattia. Emanava sempre una forza positiva ed una carica creativa”.
Ovviamente c’erano momenti di tristezza. Walsh: “Un mio caro amico è morto a Settembre, e mia madre in Ottobre, e noi stavamo lavorando a questo progetto ed io pensavo, Gesù! Certo, era una cosa dannatamente triste. Ovviamente lo era. Vedevi questa persona fantastica, ed un momento dopo vedevi una persona malata. E pensi: ha così tante cose da dire ancora, dentro di sé”.
Nessuno sapeva se Bowie sarebbe andato o no alla prima dello spettacolo, il 7 Dicembre. “Me ne stavo seduto al mio posto con mia moglie, si avvicinava il momento dell’inizio, e la fila dietro di me era ancora vuota”, racconta Fox, “e poi eccolo che arriva, bellissimo, con la moglie Iman e con Coco”.
Bowie era innegabilmente orgoglioso dello spettacolo, così come raccontano tutti. Ma tutto il cast ha condiviso la sensazione che la sua apparizione, quella sera, era tutta per loro. Hey racconta: “Certo, lui lo fece per il pubblico, ma in particolar modo lo fece per noi, per il cast e per la produzione”. Bowie se ne andava in giro, ringraziando tutti – il cast, le maschere, gli uscieri , ed ovviamente ricordava i nomi di TUTTI”, racconta Walsh.
Quando iniziarono quest’avventura, Fox ricorda, Bowie era “fiducioso” nel fatto che le cure gli avrebbero consentito di guadagnare tempo. A Natale, egli aveva già mandato i suoi ultimi saluti d’addio.
Lazarus è stata un’ulteriore nuova esperienza in una vita piena di esperienze, e la conquista di un’altra forma d’arte. Tuttavia si ha la sensazione che per Bowie ci fosse un altro aspetto in quest’opera – il gradimento che i suoi compagni umani vi avrebbero apportato, sera dopo sera, sudando sotto le luci, come una piccola famiglia. “Penso sia vero”, dice Fox, “lui ha amato tantissimo il fatto di essere parte di tutto ciò”. E Walsh aggiunge: “E’ un uomo che ha creato delle aggregazioni. Per tutta la sua vita”.
Alla fine, Thomas Jerome Newton se ne va. Trova la pace. Ma dove si trovi, noi non lo sappiamo. “Cambia, sera dopo sera” ha detto Hall. Walsh: “è da qualche parte…in quiete”.

Paul Trynka
Traduzione di Walter Bianco

Un commento

  1. Struggente é comunque la sua determinazione. Ha sfidato anche la morte. Voleva fare un musical e l’ha fatto. Fino all’ultimo respiro tutto perfetto tutto pianificato. Anche il momento di sparire mentre tutto il mondo ascoltava blackstar…

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