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David Bowie, Rock&Folk, settembre 2003

Intervista di Jerome Soligny sul nuovo album Reality.

Reality Rock & FolkDavid Bowie: E allora?

Rock&Folk: Sì, scusa… 

DB: Il disco lo hai poi sentito? 

R&F: Ah sì, diciamo che è una sorpresa, una gradevole sorpresa. Registrato così velocemente dopoHeathen, avrebbe potuto deludere. E poi giravano le chiacchiere più strane: i pettegolezzi di studio facevano allusione a un album molto commerciale il seguito di Let’s Dance, fatto per promuovere il prossimo grande tour mondiale. Niente di tutto ciò. Al contrario, ti rimetti in pericolo un’altra volta.

DB: Infatti ho la sensazione che questa volta, io e Tony, siamo riusciti a mettere in pratica l’interesse di lavorare di nuovo insieme. Heathen era un disco di riscoperta ma con Reality, io e Tony, abbiamo deciso di passare a cose veramente serie. 

R&F: Certi brani di Heathen erano pure già molto buoni e presentati in modo ammirevole. Si sentiva una voglia reale di muoversi, come alla fine degli anni settanta…

DB: Reality è un album meno inibito, più libero. La mia sensazione è che 
Heathen sia un album completamente controllato e, paradossalmente, dal momento che non c’era nessuna particolare narrazione, c’era piuttosto una domanda di ricerca spirituale, di abbandono profondo, di interrogazioni filosofiche. Dal mio punto di vista di autore, c’era la necessità di una struttura solida. Senza che lo sapessi già, Heathenforse era già un disco che parlava di New York. 

R&F: In modo meno evidente di Reality comunque… 

DB: Dal momento che volevo registrarlo velocemente, per poter ripartire in tour, sapevo che sarebbe stato totalmente impregnato di New York e dei suoi umori. E, senza che questo sia sempre molto evidente, ho lasciato che la città ne fosse il filo conduttore. Certe canzoni non hanno che un legame sottile con New York, non è in nessun modo ‘David Bowie, la mia New York‘ (ride). Non è un giro per la città… 

R&F: Questa volta, anche i frequentatori più assidui della tua produzione, troveranno del filo da torcere nel dire a quale album assomiglia…

DB: (imitando i giornalisti che fanno discorsi senza senso da venti anni): Comunque, penso seriamente che sia il mio miglior disco dai tempi di Scary Monsters (ride)… Non vedo l’ora di leggere queste cose nei giornali, sono certo di averne diritto…

R&F: Il fatto che in termini di produzione avventurosa…

DB: Sono concorde con te nel dire che tutto quello che abbiamo fatto insieme, io e Tony, è in qualche modo riconoscibile. Le mie canzoni fatte con lui portano senza dubbio il nostro marchio di fabbrica. 

R&F: Siamo quindi d’accordo.

DB: Hanno delle cose in comune, ma non sopporto che si dica che suonano tutte allo stesso modo. 

R&F: Ad eccezione delle due cover, i pezzi di Reality sono stati composti di recente. Tranne un altro, Bring Me The Disco King che hai suonato dieci anni fa in uno studio di Londra. Lo avevi appena eliminato daBlack Tie White Noise, che sarà ripubblicato tra l’altro agli inizi di settembre. 

DB: Si, vero. L’hai riconosciuta? La prima versione era molto ironica, con un ritmo disco. Avevo usato delle percussioni ridicole, quelle che fanno tum-tum-tum.

R&F: Le batterie Simmons? 

DB: Si quelle. Avevo fatto un vero pasticcio, ma non ci credevo, non funzionava. Il pezzo mancava di una sua integrità. Volevo dargli un’altra possibilità e allora abbiamo registrato ancora una versione veloce, ma non proprio non andava. Alla fine, ho suggerito che gli si rallentasse il tempo della metà e che lo si spogliasse dell’arrangiamento fino ad ottenere il risultato di oggi. 

R&F: Funziona a meraviglia, è la Sunday del disco!

DB: Lo spero. Improvvisamente tutta la profondità che gli mancava è emersa, l’animale ha preso forma. Nel passato, era spesso per iniziativa di Eno che prendevo questo tipo di decisioni. Io e lui abbiamo spesso sentito dischi alla velocità sbagliata, solo per capire come suonavano. Mi ricordo di avergli fatto ascoltare, a 16 giri, un 78 giri dell’orchestra sinfonica di Berlino del 1932: l’ouverture del Tannhauser, l’opera diWagner. Era davvero magica! Una nuova specie di ambient music. E allora abbiamo detto: ‘copiamola coi nostri sintetizzatori’. Alla fine poi non lo abbiamo mai fatto, è il tipico esempio di un brano sparito ancor prima di esistere. È quello che ho fatto a Bring Me The Disco King. Ho tolto tutti gli arrangiamenti. C’è soloMike Garson al piano, su una base ritmica, e la mia voce. 

R&F: E canti pure tutti i cori, una bella idea. La struttura delle canzone deve molto a questa scelta. 

DB: Non vedo come una canzone potrebbe essere più personale. 

R&F: Hai fatto concerti a New York fino all’autunno del 2002, e ora riparti in tour, in un tour mondiale questa volta, a partire da ottobre. Che è questa frenesia? Voglia di riprendersi il tempo perduto negli anni ottanta?

DB: Diciamo che mi sono detto che se dovevo ritornare sul palco, lo devo fare prima che Lexi (sua figlia) diventi grande. Ci sarà pure un momento in cui la scuola le impedirà di viaggiare o in cui avrà bisogno di me a lungo. Per il momento va a una scuola materna, ma non durerà a lungo. Se devo portarla con me in Europa o in Australia, è adesso. L’idea è quella di organizzare una specie di base su ogni continente nella quale ci possa incontrare, comoda per incontrare lei e sua madre. Fatto sta che ho deciso di farlo ora, e mi adeguerò agli eventi.

R&F: Una volta, li precedevi…

DB: Sì, se vuoi metterla così (ride). E’ vero che ho molto amato i concerti che ho fatto lo scorso anno, con uno stile più umano.Trovo che il mio gruppo sia molto buono. 

R&F: A tal punto che suona anche nel nuovo disco… 

DB: Non per forza tutti insieme o allo stesso momento, ma ci sono tutti. Tony Marc suonano il basso,Gail fa i cori, Sterling alla batteria, Gerry Leonard e Earl Slick alle chitarre. Gerry ha preso un po’ il sopravvento. 

R&F: Si è detto che tu stesso hai suonato molte chitarre, le più rumorose.. 

DB: E le tastiere, ho fatto un gran pasticcio (ride). Ma come saprai già, Mark Plati ci ha lasciato per andare con Robbie Williams.. 

R&F: Una scelta curiosa… 

DB: Gli auguriamo tutti buona fortuna e sono certo che avrà successo con Robbie. Non lo sostituiremo…Gerry diventa il nostro direttore musicale.

R&F: L’anno scorso, i due terzi del set erano costituiti da brani presi dalla tua backlist. Pensi di tirarne fuori altri?

DB: Certo. Sto prendendo in considerazione l’idea di risuonare Wild Is The Wind e forse Fantastic Voyage. Hai altri suggerimenti? 

R&F: Così? A bruciapelo? Mmm… See Emily Play, The Prettiest Star e, perchè no, An Occasional Dream.

DB: Mmm… L’anno scorso abbiamo suonato una sessantina di pezzi: questa volta conto di arrivare a ottanta. La routine mi ha sempre spaventato e voglio avere la possibilità di poter cambiare ogni sera, di mutare a mio piacimento. So che durante questo lungo tour non rischieremo di annoiarci. Ci sono tanti pezzi nuovi da ricordare… l’idea è quella di fare cinque o sei brani da Reality, qualcos’altro che ho suonato poco, delle altre cose davvero oscuri, e un pugno di brani molto noti per bilanciare il tutto. 

R&F: Ma lo sai che una parte del pubblico sogna uno spettacolo basato sulle tue canzoni degli anni novanta, con estratti da Outside e Earthling?

DB: Lo so, certo, ma questa volta suonerò in spazi più grandi di quelli che ho frequentato negli ultimi anni e non sono così stupido da presentarmi davanti a un pubblico di quindici o ventimila persone con un set del quale non conoscono i brani. Non lo farei proprio. E poi, non mi trovo più molto a mio agio quando interpreto quei brani.

R&F: Una volta hai giurato che non li avresti suonati più per dieci anni… 

DB: E ero veramente determinato. Ma allora non ero contento del mio percorso artistico.Volevo a tutti i costi rompere col passato, non averlo più come riferimento. Poi ho trovato un’altra motivazione, degli altre argomentazioni per riavvicinarmi a loro. Ma è vero che, dopo quei due album atroci Tonight e Never Let Me Down, avevo la sensazione che il passato mi bloccasse. Ero diventato indifferente, senza entusiasmo. Ero vulnerabile in quanto autore e non avevo soprattutto bisognosi sentirmi dire quanto le mie canzoni di prima fossero formidabili: ma fatevi fottere voi e Ziggy! Sto cercando di scrivere! E’ tutto quello che avevo voglia di dire.

R&F: Da qualche parte, è tutto quello che succede a tutti gli artisti classici: Neil YoungBob Dylan Lou Reed sono nella stessa situazione…

DB: (saltando come una pulce): A proposito, hai visto Lou…??? Non trovi che non sia mai stato migliore sulla scena? Questo show depurato è eccellente. Lo hai visto a New York?

R&F: No, a Parigi, e gli abbiamo fatto i complimenti. Lui, che a volte può essere odioso, sembrava davvero rapito dal fatto che ci complimentassimo con lui. 

DB: E’ diventato una specie di narratore spirituale, sentimentale…

R&F: Non massacra più il suo repertorio, cosa molto apprezzabile.

DB: E’ a uno stadio, con l’esperienza degli anni, in cui la sua situazione è unica: nessuno lo potrebbe sostituire. A proposito, come sta Johnny Halliday (ride) Avrà quasi sessant’anni, no? 

R&F: Pensavo di essere qui per parlare di musica..

DB: Ah, povero Johnny. Ma a proposito, non è belga, come Brel?

R&F: Si, perché?

DB: No, constatavo che i due cantanti francesi più conosciuti sono belgi. 

R&F: Brel e Halliday non hanno proprio lo stesso talento… Bisogno riconoscere che Halliday porta gioia ai francesi, che non è poi un fatto trascurabile.

DB: Certo. Lui trascende tutto (ride). 

R&F: Dal momento che parliamo dei vecchi, alcuni lettori di Rock&Folk si sono domandati di recente che ne pensi di Paul McCartney oggi. Lo hai visto nel suo ultimo tour? 

DB: Onestamente, l’ho trovato assolutamente fantastico. Non è propriamente il mio genere ma quello che fa è davvero incredibile: credo che non sia mai stato meglio sulla scena. Il suo gruppo è eccellente, dà una vera consistenza ai suoi brani. La stessa cosa vale per Springsteen o per Neil Young che fanno davvero dei buoni spettacoli. Detto fra di noi, non vedo nessuno di questo calibro nella nuova generazione. Nessuno capace di dare concerti di tale qualità. Non ho mai visto Eminem… 

R&F: Del resto, tu, che da giovane, avevi sete di conoscere e di imparare, tu che hai avuti un ruolo quasi di traghettatore da un’epoca a un’altra, tu che non hai mai cessato di metterti in una situazione di pericolo artistico e di spingere sempre più lontano le frontiere della tua stessa arte. Dove trovi la motivazione per rivolgerti a una generazione allevata a furor di paccottiglia rhythm’n’blues, a lugubre metallo e a avvilenti reality show? Per alcuni ragazzi, vedere Ozzy Osborne grande star che fa pisciare il suo cane o ascoltare gli archi di Shakira è davvero interessante…

DB: Vedi, devo essere positivo. Dal mio punto di vista, sarebbe così facile essere negativo… 

R&F: Ok, niente cinismo.

DB: Sì, senza cinismo, direi che i media hanno proprio mal interpretato quello che sta succedendo. Ci sarà sempre una certa frangia di pubblico pronta a inghiottire tutto ciò che la televisione offre loro, gli spettacoli come Fame, ad esempio.. 

R&F: Che corrisponde al nostro Star Academy…

DB: Sì, non fanno che applicare le regole già utilizzate dallo showbiz negli anni cinquanta: “sa cantare, ballare, sa dire qualche battuta, può diventare una star“. Si direbbe quasi una audizione per il Mickey Mouse Disney Club dal quale, in realtà, molti artisti giovani sono venuti fuori: Christina Aguilera, Britney Spears, Justin Timberlake. E’ un antico procedimento che ha finito per rendere perversa l’industria musicale dal momento che porta denaro facilmente. E l’errore dei media è stato quello di mescolarci quelli della mia generazione che erano molto più indipendenti alla stessa età, molto più sicuri nel loro modo di procedere. 

R&F: Hai la sensazione di avere inventato gli anni sessanta? 

DB: Sì, almeno nella nostra testa. Eravamo venuti fuori da un periodo ricco e importante dal punto di vista filosofico, spirituale e politico, del quale io sicuramente non sono l’artista più rappresentativo. Ma è la mia epoca ed è in quel periodo che sono cresciuto. Siamo venuti al mondo sapendo quello che volevamo, dicendo che potevamo ottenere tutto quello che volevamo, tenendo sempre presente che un giorno saremo stati dei vecchi gentiluomini irascibili e intolleranti (ride). In poche parole, eravamo totalmente sconnessi dalla società, almeno nella testa. La sola musica che conoscevamo era il rock, nel quale ci siamo fatti un gran viaggio. Quelli della mia generazione non provano interesse verso il pop dei ragazzini di oggi, al quale preferiscono i Mercury Rev. E i ragazzi più svegli seguono questa strada: “hey papà, un disco di John Lennon, splendido… posso prenderlo?

R&F: Si mette così il dito sulla piaga di un problema: esiste una reale interazione tra le generazioni che potrebbe rischiare di rivoltarsi contro ognuno di noi…

DB: Quando sono diventato più grande, io e mio padre ci adoravamo, ci volevamo molto bene, ma odiavamo la musica che l’altro ascoltava. Era impossibile capirsi su quell’argomento. Oggi, si può andare insieme in discoteca e penso che i media non l’abbiano capito bene.

R&F: Nemmeno l’industria…

DB: In termini economici, la categoria si è persuasa di quanto sia inutile tentare di attirare quelli della mia generazione che loro pensano senza denaro, forse indebitati e preoccupati solamente di inviare i loro figli al college. Per l’industria i soldi sono nelle mani dei ragazzi che hanno dai quindici ai venticinque anni, ed è su questa parte della popolazione che si accanisce. Se il sistema pensasse che quelli della mia generazione hanno i soldi, si rivolgerebbero a noi, te lo garantisco. E nelle agenzie di pubblicità lo sanno tutti. A proposito, che hai pensato del mio spot per la Vittel

R&F: Mi piace il fatto che, tra una pera e del formaggio, si impongano questi personaggi oscuri e sconosciuti al grande pubblico. Il vederti travestito a un tavolo, seduto sui gradini con aria triste, o come un cane in fondo alle scale, può significare che una certa marca di acqua ti aiuta a invecchiare meglio. Ci sono delle persone che dovrebbero davvero ritirarsi…

DB: (imitando la pubblicità) E tu, Jerome, spero che tu beva la Vittel

R&F: Per tornare a bomba, sono quindi gli artisti della tua generazione che muovono più gente ai concerti: gli Stones, Paul McCartney, Bruce Spingsteen.. 

DB: Ma l’industria discografica vede le cose solo a breve termine. “Dove sono i soldi? Andiamo a cercarli…” 

R&F: Va riconosciuto il fatto che sta morendo di una morte lenta e orribile. Si è fatta depredare e non ha più nemmeno armi per difendersi.

DB: Demistificare la musica sovresponendola gli sarà stato alla fine fatale. La musica è diventata del tutto proprietà del pubblico. Negli anni sessanta alcuni affermavano: la musica appartiene al popolo. Salvo che non era vero. Ora, sì. Si prende la musica da internet, la si remixa, la si manda ai propri amici, perché la remixino a loro volta. Nella loro testa, e capisco il loro ragionamento, la musica dovrebbe essere gratuita. E’ in questa direzione che si sta andando, senza dubbio. E l’industria sta crollando. I cinque più importanti gruppi discografici stanno là ad aspettare che qualcuno si fonda con qualcun altro, come una specie di grande reality show: “la prossima settimana, una di queste compagnie scomparirà… sapreste quale è se seguirete la nostra prossima uscita (ride)“. Alla fine, resterà solo l’esperienza sul palcoscenico, live. E’ da là che tornerà l’entusiasmo. E’ così che i musicisti si guadagneranno da vivere. Ed il motivo per cui i più vecchi sono ancora sulla strada. Sanno tenere il palcoscenico, conoscono le attese del pubblico, sono in grado di offrire buoni spettacoli nonostante tutti i rischi. E questo non è del tutto evidente. Guarda l’esempio di Prince, eppure è il miglior performer degli ultimi venti anni, assolutamente fantastico.

R&F: Sì, ma quando si vede a che punto è arrivato oggi… 

DB: Perché ha fatto questo alla sua musica? Queste sessioni senza fine, è stato un suicidi. Avrebbe dovuto lasciare Minneapolis.

R&F: Dove è circondato da persone che lo lusingano.

DB: E in un certo periodo, faceva due album all’anno, tutti ‘sti bagordi funk, è davvero funk senza senso. Un vero guazzabuglio; ha davvero molto talento, mi dà quasi fastidio parlarne. Allo stesso tempo, è quello che voleva fare, non si dovrebbe giudicarlo così duramente.

R&F: Il DVD musicale letteralmente esplode in Europa, il mercato è giovane e porta davvero buoni risultati. Questa settimana in Francia quelli più venduti sono: Led Zeppelin, Queen Iron Maiden

DB: Sono indici molto chiari. I giovani non pensano per forza che questa musica sia la migliore ma credono in questi artisti. 

R&F: Quindi, ci si deve aspettare che verrà loro voglia di comperare gli Strokes in DVD, o i White Stripes

DB: Preferiscono aspettare uno o due album. Vedere se ci saranno ancora fra due o tre anni e se saranno ancora in grado di scrivere delle canzoni interessanti… non va perso di vista il fatto che la popolazione occidentale, la popolazione della Caucasia, è cresciuta a forza di musica pop. Non una parte di musica pop, ma tutta la musica pop. La conoscono tutti. E’ un fatto comune a tutte le generazioni, non è più un segno per riconoscersi. E’ questo che ha ucciso il britpop. Piaceva a tutti, ha messo d’accordo tutte le generazioni. Ed è questo il cuore del problema: è sempre più difficile trovare una musica che risalti, che divida le generazioni, che susciti una vera infatuazione da parte dei giovani. La musica può dividere solo dal punto di vista razziale: è senza dubbio vero che molti bianchi pensano che la musica di colore sia pericolosa, almeno secondo i loro criteri e i loro stereotipi. Ma non è più un problema di giovani contro i vecchi: “lascereste che vostra figlia sposi uno dei Rolling Stones” era una cosa che una volta si leggeva. La domanda sembra davvero obsoleta oggi… Mia figlia è una dei Rolling Stones (ride).

R&F: Le differenze sono quindi altrove…

DB: Per esempio, alcuni ragazzi sono ossessionati dalla loro carriera, molto più di quelli della mia generazione. La maggior parte di loro è molto preoccupata del futuro. E’ legittimo, certo. E poi non si interessano che alla loro piccola cerchia di amici. Noi eravamo molto diversi. Quelli della mia generazione eravamo e siamo ancora molto esigenti. La loro collezione di dischi va da Jimi Hendrix ai Grandaddy. E’ come una cucina continentale un po’ troppo robusta (ride). 

R&F: Il mondo è quindi cambiato senza che i media e l’industria se ne siano accorti…

DB: Divento livido quando mi si chiede se ha ancora senso continuare a fare questo mestiere alla mia età. Rispondo sempre che questa domanda non ha motivo di essere, risale agli anni ottanta. Non la si può fare oggi. Osservate il mondo! Aprite gli occhi! 

R&F: Quindi Never Get Old non è forse una buona scelta come primo singolo: evocare la propria età può sottintendere che c’è una preoccupazione…

DB: Affronto il tema con ironia. La penso come te alla fine, il primo singolo deve essere New Killer Star. Ti viene in mente altro? (L’intervista dura da quasi un’ora e facciamo vedere a David il sommario della nostra rivista). Veramente, se devo essere onesto, non leggo da anni la stampa musicale rock. Non è che la disprezzo, ma non ha più posto nella mia vita, non ne ho davvero il tempo. Tendo ad ascoltare i dischi che mi consigliano e di cui ho sentito parlare su Internet. Ma francamente, non leggo mai nulla sui personaggi del rock e sulla loro musica. Il mio tempo dedicato alla lettura lo dedico unicamente ai libri che amo e che ho sempre voluto leggere. Non compro nemmeno più i giornali. In compenso, percorro tutta la stampa inglese ogni mattina su internet, l’Observer o l’Indipendent, non tanto il Post.

 

 

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