Il Giornale d’Italia

Il pubblico estasiato ha salutato David Bowie con un applauso di trenta minuti 
UN CONCERTO INDIMENTICABILE 
Quello del Duca Bianco lo show più emozionante dell’estate di Daniele Federici 

Ha saputo riscattare un’intera giornata di pioggia, il Duca Bianco, nell’unica tappa italiana del tour europeo di promozione del suo ultimo bellissimo album “Heathen”. Nella piazza principale di Lucca, quando i riflettori si sono spenti sui Bluvertigo, gruppo di apertura del concerto, il cielo si è aperto e ha smesso di piovere. Solo la prima di una magia che è continuata per più di un’ora e mezza, da quando David Bowie è salito sul palco sulle note di “Life on Mars?”, uno dei suoi pezzi più celebri e melodici, per incantare il pubblico numerosissimo accorso da tutta Italia. In prima fila i membri del suo fan club italiano “Velvet Goldmine“, che hanno seguito tutte le tappe in giro per l’Europa e a pochi metri lui, pantaloni, giacca e gilet neri su una camicia immacolata, da autentico lord inglese, e 55 anni portati così bene da far invidia a noi comuni mortali. Alle spalle una band potente tra cui gli immancabili Mike Garson al piano (con lui da oltre trent’anni) e la rasata bassista Gail Ann Dorsey. Bowie scherza, ma non è mai stato così serio; ha smesso finalmente i panni dei vari personaggi che hanno accompagnato la sua carriera e quelli del semplice interprete di brani che hanno costellato il firmamento musicale di stelle di inarrivabile bellezza. E allora eccolo farsi serio e accennare ai primi versi di “Ashes to ashes” per poi tuffarsi in “Slip away”, intensa ballata epica cantata in coro con il pubblico. Bowie ammicca, ancheggia, sorride, è a suo agio come mai è stato. Gli accordi iniziali di “Starman”, una delle canzoni più celebri tratte da “Ziggy Stardust” del 1972, provocano un motto emotivo che serpeggia nella folla; un coro unanime segue la rockstar inglese nel ritornello. Tra il pubblico, in una piccola tribuna riservata, si intravedono Zucchero, l’arbitro Collina e Jovanotti insieme a qualche membro dei Bluvertigo, ugualmente entusiasti e avidi di catturare anche solo un po’ di classe della rockstar. Ma la vera magia ancora deve arrivare, e le commuoventi interpretazioni di “I would be your slave” e di “Heathen” sono sicuramente il punto più alto del concerto; nel mezzo “Changes”, “Fame”“Heroes” e “Stay” ripercorrono la più che trentennale carriera di un artista che ha fatto del cambiamento il suo punto di forza, tanto da essere definito il “camaleonte del rock”. Increduli di fronte a tanta bravura, rimaniamo incantati quando Bowie torna per i bis: un brano strumentale da “Low” (forse il suo album più cupo e difficile), la dolcissima canzone pop “Everyone says hi” durante la quale Bowie saluta il pubblico, e un ultimo brano per ballare: “Let’s dance”, successo planetario del 1983 con un’introduzione blues lenta che esplode in un ritmo dance ballabilissimo. Il pubblico è estasiato e lo è anche Bowie, toccato da tanta partecipazione. Afferra il microfono e dice “so che volete ascoltare questa canzone”; un poderoso attacco di chitarra introduce la canzone simbolo del suo periodo glam: “Ziggy Stardust”. Il pubblico è in delirio, Bowie gioca con le movenze effeminate che lo caratterizzavano in quel periodo ed è impressionante il potere evocativo che, a 55 anni, riesce ancora a sprigionare; in un baleno scorrono davanti agli occhi i mille volti di Bowie attraverso trent’anni, i mille stili e le emozioni che ha regalato. Ma è un attimo, la rockstar allarga le braccia e attende che il pubblico canti insieme a lui la chiusura; “Ziggy played guitar”, tutti insieme commossi. Poi ringrazia e fugge via, lasciando il pubblico a gridare e ad applaudire per una buona mezz’ora nella speranza che torni sul palco. Ma è abbastanza: Bowie ha regalato uno spettacolo superbo ed emozionante, rendendo la frase di chiusura “Ziggy suonava la chitarra” per una volta meno nostalgico e più vuoto. Ziggy ancora suona. Bowie ancora stupisce.

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