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Welcome to the Blackout – Recensione

Welcome to the Blackout, il live del ’78 uscito in triplo vinile per il Record Store Day, sarà pubblicato in formato CD e digitale questo venerdì 29 Giugno.

Welcome to the Blackout – Live in London ’78 è uno di quei dischi destinati a passare un po’ sottotraccia. Quando è stato dato l’annuncio della pubblicazione in vinile per il Record Store Day, nessuno di noi fan indolenti e navigati ha gridato al miracolo. Diciamolo chiaramente: dopo la morte le pubblicazioni dedicate a Bowie si sono moltiplicate. E la quantità non sempre ha fatto il paio con la qualità. E poi noi fan indolenti e navigati difficilmente ci sorprendiamo di qualcosa. Se poi si tratta di una pubblicazione solo in vinile l’interesse sarà davvero basso.

Ma sapevamo, ne eravamo certi, che Welcome to the Blackout avrebbe subito lo stesso destino del precedente Cracked Actor, il doppio live del ’74 pubblicato l’anno scorso in vinile per il RSD e poi arrivato sui banchi dei negozi di dischi in formato CD. Ci auguriamo, anzi, che diventi una prassi consolidata. D’altronde i fan più assidui conoscevano già, sotto forma di registrazioni bootleg, entrambe le registrazioni.

Welcome to the Blackout parte però svantaggiato rispetto a Cracked Actor – Live in Los Angeles ’74: quest’ultimo infatti era la testimonianza della trasformazione del Diamond Dogs Tour nel Philly Dogs Tour. C’era un sostanziale cambio di scaletta, di band ma soprattutto di arrangiamenti: talmente stravolti da potersi a tutti gli effetti considerare un altro tour.

welcome to the blackout bowie 7Ma Welcome to the Blackout cosa mai può aggiungere alla testimonianza live ufficiale del 78 immortalata su Stage? La scaletta è praticamente identica se confrontata alle ultime ristampe di Stage (che hanno guadagnato, negli anni, almeno cinque pezzi inediti rispetto alla prima pubblicazione). Un disco troppo freddo, preciso, piatto per essere un live. C’è un senso di trattenuto, in Stage, che sfocia nella tensione e nella cupezza, anche nei numeri più leggeri. Sono sempre stato convinto che la cosa sia stata intenzionale: il disco dal vivo che avrebbe dovuto immortalare la tenuta live del periodo berlinese e le sue atmosfere cupe e brumose doveva risultare quanto più impersonale possibile. Un live astratto. Un’opera dissezionata, algida e granitica.

Si è sempre data la colpa al missaggio di Tony Visconti che tagliò quasi totalmente il pubblico rendendo il disco molto meno “live”. Intere frequenze di strumenti sparirono insieme al pubblico; il suono risultò impastato e confuso. La dinamica quasi assente. Il colpo di grazia fu la scelta di stravolgere l’ordine delle canzoni. Insomma, lo sappiamo: per essere un live, un disastro. Ciò non vuol dire che non sia stato un album godibile e, come rappresentazione astratta di un periodo, probabilmente perfetto. Per restituire un’atmosfera brumosa e cupa non c’è d’altronde bisogno di un suono superlativo.

Vero è anche che, a quel disastro, si è posto poi parziale rimedio durante gli anni con l’aggiunta di bonus track. Un nuovo missaggio nel 2005 ha restituito al disco nuova vitalità, riportando anche il corretto ordine di esecuzione dei concerti. Nell’ultimissima versione rimasterizzata del 2017 il miglioramento è ancora più netto e percettibile. Però continua a non brillare. Perchè le pecche di Stage non erano tutte da imputare a Visconti: anche la band e lo stesso Bowie, sul disco, non gareggiano in quanto a inventiva o energia. Talmente “impostati” e frenati da rendere l’esperienza di ascolto poco diversa rispetto a quella dei dischi originali.

E allora, tornando alla domanda iniziale, cosa mai potrà aggiungere Welcome to the Blackout, a testimonianza del tour Isolar 2, che Stage non ha già detto?

Tutto. Complice la copia promozionale ricevuta in anteprima e le entusiastiche insistenze di Paola che aveva ascoltato il vinile, mi sono dedicato con scetticismo all’ascolto in cuffia.

welcome to the blackout bowie 9E quel miracolo che nessuno di noi ha gridato, si è invece avverato. Dimenticate le versioni ingessate di Stage, il suo suono impastato, il Bowie quasi stitico nelle sue manifestazioni canore. Stage è stato registrato quando il tour era iniziato da appena un mese. Le due date da cui è tratto questo Welcome to the Blackout ne rappresentano invece la conclusione. Il gruppo è più affiatato e disinibito. Bowie è gigione: scherza, si lancia a volte in alcuni cambi melodici, si diverte visibilmente. Il missaggio, originariamente ad opera di Bowie e David Richards, è vibrante e pieno di energia. Gli strumenti ben distinti e finalmente, cosa che su Stage avviene a fatica, si sentono bene le due chitarre. Mi pare anche il riverbero sulla voce, rispetto a Stage, sia molto meno e che si abbiano delle tastiere molto più presenti in mix. Ne guadagna la dinamicità, la spazialità ma soprattutto il coinvolgimento.

Il disco contiene poi, rispetto all’ultima edizione di Stage, una bella versione di Rebel Rebel e l’unica esecuzione live di Sound and Vision.

Il CD esce come digipack abbastanza spoglio: il nero abbonda, poche foto e informazioni. Ma per un live del ’78 ci aspettavamo anche una veste grafica essenziale. Girando il booklet, a folder apribile, l’altro lato rivela un bel poster.

I due concerti da cui è tratto questo disco dal vivo sono quelli del 30 Giugno e del 1 Luglio 1978: non è quindi un caso che l’etichetta discografica abbia scelto di pubblicarlo in CD questa settimana proprio in occasione del quarantennale. Se abbiamo questa testimonianza live con questa qualità audio un  motivo c’è: i due concerti furono filmati dal regista David Hemmings per un film che non uscì mai. E’ questo il motivo per cui Tony Visconti fu chiamato a registrarne l’audio ed è il motivo per il quale nel gennaio 1979 David Bowie e David Richards si ritrovarono ai Mountain Studio di Montreaux per selezionare i brani e missarli. Stage era uscito da appena tre mesi.

Sarebbe davvero un sogno se prima o poi venisse pubblicata anche la versione video di questo meraviglioso tour.

Queste date rappresentavano, lo abbiamo detto, la fine del tour europeo. Quello australiano non sarebbe ripreso prima di quattro mesi dopo. E’ chiaro come l’atmosfera di fine tour abbia galvanizzato tutti sul palco.

Abbiamo una portentosa versione di Station to Station che, se su Stage arrivava a nove minuti, qui si allunga fino ad undici. The Jean Genie è assolutamente incredibile: l’interpretazione di Bowie è straordinaria e coinvolgente e le chitarre sono davvero micidiali. Rendono la versione apparsa come bonus track su Stage una copia pallida e smunta. Blackout (che Bowie introduce con quel “welcome to the blackout” che dà il titolo all’album) è frenetica e disperata, il cantato più coinvolgente e inquietante. “Heroes” nella sua versione live è forse qui al massimo della bellezza: inarrivabile. TVC15 è molto più divertente: anche gli interventi vocali sono nitidi. In generale, quasi tutti i brani ne guadagnano anche negli arrangiamenti: l’esperienza delle date già fatte ha fatto comprendere a Bowie e alla band quali canzoni rallentare, quali velocizzare, dove aggiungere chitarra e dove tastiera.

Insomma, se si vuole comprendere appieno come fosse un concerto del tour del ’78, Welcome to the Blackout vi ci porterà. Non quel freddo monolite che hanno voluto farci credere con Stage, ma un concerto dinamico e pieno di energia.

Vale quindi la pena? La risposta è: non ne potrete più fare a meno.

A margine di questo vi segnaliamo, per dovere di cronaca, che lo stesso giorno saranno ripubblicati il vinile della colonna sonora di “Christiane F. – Wir kinder vom Bahnhof Zoo” di colore rosso e un Extented Play di “In Bertolt Brecht’s Baal“.

Restate sintonizzati perchè, in collaborazione con Warner Music Italia, saremo a breve in grado di regalare qualche copia del CD. Ovviamente dovrete guadagnarvela rispondendo correttamente a qualche domanda.

Daniele Federici

Tracklist

CD 1

  1. Warszawa
  2. ”Heroes”
  3. What in the World
  4. Be my Wife
  5. The Jean Genie
  6. Blackout
  7. Sense of Doubt
  8. Speed of Life
  9. Sound and Vision *
  10. Breaking Glass
  11. Fame
  12. Beauty and the Beast

CD 2

  1. Five Years
  2. Soul Love
  3. Star
  4. Hang on to yourself
  5. Ziggy Stardust
  6. Suffragette City
  7. Art Decade
  8. Alabama Song
  9. Station to Station
  10. TVC15
  11. Stay
  12. Rebel Rebel *

La Band

Carlos Alomar: Chitarra ritmica

Adrian Belew: Chitarra solista

Dennis Davis: Batteria e percussioni

Simon House: Violino elettrico

Sean Mayes: Piano, archi

George Murray: Basso

Roger Powell: Tastiere e sintetizzatori

Galleria

Chi è VG Crew

VG Crew
La Crew di VG è formata da Daniele Federici e Paola Pieraccini. Daniele Federici è organizzatore di eventi scientifici ed è stato critico musicale per varie testate, tra cui JAM!. E'autore di un libro su Lou Reed del quale ha tradotto tutte le canzoni, prima di farlo con quelle di Bowie. Paola Pieraccini, imprenditrice fiorentina, è presente su VG fin dall'inizio e lo segue dagli anni '70. Entrambi hanno avuto modo di incontrare Bowie come rappresentanti di VG.

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5 commenti

  1. Comunque non è che Stage fosse questo bruttume eh…. anzi, probabilmente ha più fan Stage rispetto a David Live.
    sì vero, algido, ingessato, stitico…ma è sempre piaciuto anche così, le sonorità si prestavano ad una esecuzione fredda, distaccata, il bello era anche e soprattutto questo!!! 😀

    • VG Crew

      Attenzione: non abbiamo scritto che Stage è brutto. Abbiamo anzi detto “Ciò non vuol dire che non sia stato un album godibile e, come rappresentazione astratta di un periodo, probabilmente perfetto. Per restituire un’atmosfera brumosa e cupa non c’è d’altronde bisogno di un suono superlativo”.
      Come album dal vivo, un mezzo disastro per i motivi riportati nella recensione. 😉

  2. sì insomma è sempre stato considerato un discone, molto molto molto molto più che godibile!

  3. Bellissima recensione !
    Grazie come sempre .
    Personalmente adoro questa nuova pubblicazione , ad averne altre !

  4. concordo praticamente tutto quanto ampiamente espresso dal caro Daniele, questo Live è sicuramente un eccellente documento di cosa potesse essere il livello di quel tour. Personalmente mantengo ancora affetto per il vecchio Stage , questo Blackout è giovane, frizzante LIVE in tutti i sensi, David Bowie è attivo e presente più che mai frizzante talvolta e sono d’accordo con Daniele sulla gran vitalità di taluni brani. Ma stage va ricordato , fu privato del pubblico in sede di missaggio proprio per evidenziare e non sporcare l’eccezionale qualità ed intesa della band durante l’esecuzione, pubblico che viene ripresentato solo nei solchi tra i vari brani. Su Blackout la verve e imprevedibilità di Belew è eccezionale e divertenti sono gli intramezzi vocali del Jones , lo stesso Funky Bass di Murray corre più veloce trainando energia……..ma la HEROES di stage è per me un totem ascoltato per la prima volta quindicenne su una musicassetta Live di radio 105 , la miglior esecuzione di sempre…..

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