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Oggi è THE NEXT DAY

Ci siamo: oggi è il “giorno successivo”, il giorno che volta definitivamente la pagina su 10 anni di assenza di David Bowie dal panorama musicale e dal lungo ritiro seguito ai problemi di salute avuti durante il tour di “Reality“.

Un ritorno su cui nessuno di noi fan contava più, sebbene in cuor proprio ognuno di noi lo sperasse ardentemente. E anche questa volta Bowie si è dimostrato all’altezza del compito spazzando via in un attimo questo lungo decennio di silenzio con un album che grida forte la sua salute fisica, ispirativa, musicale. E’ un Bowie più che mai vivo, spiazzante, emozionante.

The Next Day“, ventisettesimo album in studio, prende a piene mai da tutta la sua carriera, con citazioni e rimandi, ma lo fa con un senso della misura, un’eleganza e una sapienza che hanno del prodigioso. Lo diciamo chiaramente: il nuovo disco di David Bowie è un bellissimo disco che ha saputo emozionarci come non succedeva da molti dischi.

Questa la tracklist:

1. The Next Day – 3:51
2. Dirty Boys – 2:58
3. The Stars (Are Out Tonight) – 3:56
4. Love Is Lost – 3:57
5. Where Are We Now? – 4:08
6. Valentine’s Day – 3:01
7. If You Can See Me – 3:15
8. I’d Rather Be High – 3:53
9. Boss of Me – 4:09
10. Dancing Out in Space – 3:24
11. How Does the Grass Grow? – 4:33
12. (You Will) Set the World On Fire – 3:30
13. You Feel So Lonely You Could Die – 4:41
14. Heat – 4:25

Bonus tracks (versione deluxe):
15. So She 2:31
16. I’ll Take You There 2:44
17. Plan 2:34

Per commentare questo ritorno, non troviamo modo migliore che il postare la bella recensione di Walter Bianco:

La celebre copertina di “Heroes”, canzone “simbolo” della fase artisticamente più alta del suo autore, sfregiata da un riquadro bianco, su cui campeggia, con un anonimo carattere di colore nero, il titolo “The Next Day”: con questa immagine fortemente provocatoria viene presentato, dopo dieci anni di silenzio discografico, il nuovo album di David Bowie, uno degli artisti più importanti del pop e del rock degli ultimi quarant’anni.
Dall’ultimo suo lavoro in studio, lo scialbo “Reality”, e dopo aver dovuto interrompere per motivi di salute la trionfale tournee del 2003-2004, David Bowie si è progressivamente allontanato dalle scene, per chiudersi, negli ultimi cinque anni, in un silenzio pressoché assoluto, che aveva fatto pensare ad un ritiro silenzioso nel comodo anonimato della vita familiare.
Così non era. E quell’immagine di copertina, dall’evidente valore simbolico, è il segno tangibile che il suo autore ha ancora molto da dire al suo pubblico e che non intende riposare sugli allori di un passato artistico glorioso.

Preceduto dalla pubblicazione a sorpresa, nel giorno del compleanno di Bowie, lo scorso otto gennaio, del singolo “Where Are We Now?” The Next Day ha colto tutti di alla sprovvista, non essendo trapelato nulla circa il fatto che il suo autore fosse tornato in studio: un colpo mediatico di tale potenza, in un’epoca in cui il concetto di privacy è ormai una chimera, da far gridare ancora una volta alla genialità dell’artista, in grado di far parlare di sé molto di più che se si fosse lanciato nel solito tran tran promozionale.
Realizzato, a fasi alterne, nell’arco di due anni, The Next Day è stato registrato – nel riserbo più assoluto – in un piccolo studio newyorkese, The Magic Shop. Ancora una volta Bowie ha voluto accanto a sé alla produzione l’amico e collaboratore di antichissima data, Tony Visconti, che conosce come pochi l’arte di valorizzare le sfumature e la personalità della voce del cantante, nonché alcuni musicisti che sono al suo fianco ormai da tempo, come Gail Ann Dorsey al basso, David Torn e Gerry Leonard alle chitarre, Zachary Alford alla batteria, senza rinunciare ad alcuni interventi di classe, come quello di Tony Levin al basso e di Steve Elson al sax baritono. Bowie si è presentato in studio con diversi brani già abbozzati, e di demo realizzati insieme a Tony Visconti, Gerry Leonard ed il batterista Sterling Campbell alcuni mesi prima dell’inizio delle sessioni vere e proprie.

La spinta creativa, dopo aver atteso anni in cui sembrava sopita o forse definitivamente spenta, lo ha portato a realizzare un gruppo consistente di canzoni, quattordici delle quali hanno composto la tracklist definitiva dell’album.
The Next Day è un album ricco, vario, vitale, che riesce al tempo stesso ad essere inconfondibilmente un album di Bowie, ma anche qualcosa di nuovo e di diverso rispetto al suo percorso del passato: Si passa, con un’incredibile disinvoltura dalle convulsioni di tastiere e chitarre new wave della folgorante title track al sax malato e velenoso da equivoco club notturno di “Dirty Boys“; dalla velocissima ritmica quasi-jungle di “If you can see me” alla ingannevole atmosfera nostalgica di “Valentine’s Day“; dall’aereo sovrapporsi di tastiere brit pop di “Dancing out in Space” al folle cross-over di “How does the grass grow?” in cui Bowie, in un irresistibile ritornello riesce a citare addirittura gli Shadows di “Apache”.

I momenti più pacati e riflessivi sono lasciati alla già nota “Where Are We Now?” ed alla struggente “You Feel So Lonely You Could Die“, in cui lancia, sulle battute conclusive, un nostalgico ammiccamento ai suoi fan di vecchia data con una ritmica che cita la “Five Years” dell’epoca di Ziggy Stardust. Un viaggio quasi sempre riuscito ed avvincente nelle molteplici sfumature della creatività del suo autore, che si chiude in maniera accigliata ed enigmatica con un brano, “Heat“, di fortissima suggestione, in cui Bowie, quasi stesse ripensando a tutto il suo passato, ammette “Non so chi sono. Io sono il veggente e sono il bugiardo”.

La voce del “duca bianco” è ancora affascinante: si inerpica su tonalità elevate senza particolari problemi, ma ha assunto col tempo anche una consistenza ruvida che la rende più ombrosa e graffiante.
I suoi testi, mai banali, assumono qui tratti oscuri ed inquietanti: dalle immagini dure e taglienti di un tiranno linciato della title track, alle riflessioni di un adolescente che spara ai suoi compagni di classe in “Valentine Day“; dalle sequenze di solitudine e abbandono di “Love is lost” alle toccanti e mai retoriche metafore sulla guerra di “How does the grass grow“, le liriche di The Next Day sono dense, riflessive, cariche di immagini poetiche e di forte impatto: riflessioni di un uomo maturo che legge con la lente degli accadimenti del passato le ansie di un presente colmo di incognite.
Dopo dieci anni di silenzio, c’era il rischio che The Next Day, a dispetto del titolo, fosse il canto del cigno di un artista che ha già detto moltissimo nella storia della musica. Nulla di più sbagliato: non sappiamo se in futuro David Bowie pubblicherà altri album: quello che possiamo dire è che The Next Day, più che un commiato, sembra un nuovo, entusiasmante inizio.

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